Agenda di questo tempo

Nelle prime ore del mattino riepilogo tutto, nel silenzio della casa ancora in ombra, col calore della gattina sulle gambe. Il giudizio c’è ma è più morbido, il tempo pensato è meno lineare e quindi più gestibile, meno costringente.

Mi sveglio più tardi del solito e faccio colazione con la speranza di trovare, chissà perché, buone notizie fra i messaggi accumulati sul telefono. Il telefono è il mio contatto con il mondo e con le donne che lo popolano. E quindi è amico e nemico. Non trovo mai la notizia che vorrei e che non so nemmeno io qual è. Quello che cerco è proprio di capirla.

Inizio la giornata fra le macerie del mio lavoro fra cui a volte trovo pepite d’oro. Me ne stupisco invariabilmente come se io non avessi nulla a che vedere con il loro ritrovamento. Allora riannodo fili, ricostruisco percorsi, cerco genealogie e mi cerco in un’immaginaria foto di gruppo delle persone che hanno trovato la pepita. Mi trovo nella foto, piccola e defilata. Mi prometto che nella prossima mi metto più al centro.

Cerco contatti coi figli adolescenti, approfitto del fatto che li ho sempre vicini, adesso. Ma è come tornassi da un lungo viaggio: li trovo cresciuti, indipendenti, abituati a cavarsela, candidi di fronte a un’emergenza che per loro è solo un capitolo. Per loro la vita è dopo ma è bella anche durante. Litighiamo e guardiamo insieme film. Si fidano di me solo per i compiti di latino e inglese e mi hanno abbastanza capita. Sono altre pepite. E pure belle grosse. Ma io con loro che c’entro? Mi somigliano ma sono talmente migliori! Mi rimetto alla ricerca di foto.

Mi aspettano due lunghe videochiamate al giorno con mamma e fratello. La mamma è sola e noi insceniamo un teatrino per scandirle due momenti della giornata. Lei parlerebbe per ore, io invece sono irrequieta e non so che dire. Mantengo un’apparenza. Il teatrino è comunque divertente.

Ho definitivamente trasformato il marito in consulente per il mio lavoro. Gli sottopongo ogni decisione lavorativa di metodo e gli contesto, invariabilmente, ogni risposta. Mi misuro con lui, con lui sento quanto ho voglia di difendere un’idea o un progetto. Lui sopporta e alza gli occhi dai suoi fogli.

I contatti con le mie colleghe e colleghi sono al solito distanti e formali. Io mi sento diversa da loro. Abbiamo gli stessi obiettivi e le stesse paure ma una forma di viverle distante. Io non sono così e me ne dispiace (non di non essere come loro ma di non avere colleghi vicino).

Mi interrompo continuamente con messaggi di belle donne (ciao amica!) che mi scrivono, si disperano, gioiscono, mi salutano, ci sono, mi spronano, mi commuovono, mi guardano e chiedono di essere viste. Guardo la mia classe Labodif (ampliata della lettera G) intrufolandomi in angoli delle loro camere, salotti, sfondi bui, sfondi spaziali. Sorridiamo e sentiamo insieme, prendiamo appunti e ci teniamo per mano. Le maestre ci guidano e ci sono. Rinominiamo e risignifichiamo parole che ormai fanno parte del lessico nostro eppure ancora sono difficili.

I giorni vanno velocissimi. È di nuovo sera. Il tempo scorre senza un prima ne’ un dopo. Mai come ora. Penso che forse mi muovo io ed è il tempo che sta fermo, come quando da piccola scoprivo che non era il mio treno che partiva ma quello nel binario di fronte. E rimango, come allora, stupita.

Portrait of Virginia Woolf from Literary Witches.

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