Tempo di attesa

Sto aspettando che il tecnico della sanificazione dei condizionatori finisca di lavorare nella mia stanza e rifletto sul fatto che le pause inaspettate dal lavoro mi fanno sempre trasalire. Che faccio mentre aspetto? Come impiego il mio tempo? Non posso mica stare senza fare niente.

Così, rifletto. Anche sul fatto che il tecnico mi abbia chiesto se sono la segretaria perché il mio sesso mi definisce e mi incasella, al solito erroneamente, nell’ordine sociale e non c’è virus che tenga.

Rifletto sul fatto che il mio tempo mi è sempre parso scandito da fattori esterni che certificavano e giustificavano i miei non posso e legittimavano l’esternazione della mia rabbia. Non posso, ma se dipendesse da me…

Prendere il controllo del mio tempo, decidere delle mie pause e decidere di me mi da’ vertigini di libertà di poter fare, ma ne sento tutta la responsabilità e i miei non posso mi paiono molto più difficili da sostenere. Scopro che la Rottermeir c’è anche quando sono libera e mi ricorda – ché questa è la sua specialità – che la libertà è anche responsabilità. Ribatto che lei però si scorda sempre (e non nomina mai) la relazione (e mi accorgo che è la prima volta che rispondo alla R. e non le obbedisco e basta e mi pare una buona cosa).

Insomma, mentre aspetto rifletto che il tempo lo faccio io, che lo posso plasmare e allungare e accorciare e ridefinire e rileggere e ri-rappresentare e ricordare. Plastilina in mani inesperte. Infatti, la prima cosa che mi viene in mente è che non lo so fare, il tempo. O forse non so (più) che lo so fare? Di certo, non è quell’orologio immaginario, ma molto reale, che porto nel taschino, che ticchetta in maniera fastidiosa e perentoria e che fa di me una curiosa lepre marzolina molto impaurita. Quello è solo una misura, una delle tante che ho imparato per sopravvivere e che ha il vantaggio di essere visibile agli altri (i quali non mi prendono per matta se corro di qua e di là).

Il condizionatore è a posto adesso. E’ stato disinfettato, ma io non ho finito di scrivere. Il mio tempo raramente coincide con quello dell’orologio, ecco perché, in genere, non posso. Non ho tempo! O ne ho troppo. Mi attardo a scrivere, non sono certa di come la R prenda questa mia pausa protratta. Quando parlo con lei di solito scopro che ci posso ragionare e che non ha sempre voglia di attaccarmi. Ma dobbiamo fare pratica, io e lei. Non ci conosciamo, anzi, non ci ri-conosciamo, i nostri ricordi sono troppo lontani.

Torno a lavoro nel nuovo tempo di questo tempo che ricomincia lento.

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