Svagatezza

Hai voglia a cercare la mia concentrazione stamani: quella, scappa.

Appena riesco a congratularmi con me stessa per aver fatto qualcosa di buono, la concentrazione chiede di pagare pegno. E se ne va, lasciandomi svagata e con la mente persa in tutte le cose che vorrei fare, i posti in cui vorrei essere, le canzoni che vorrei ascoltare e i libri che vorrei leggere.

Non funziona arrabbiarsi. Non funziona richiamare la concentrazione con rabbia. Non funziona autoconvincermi che la posso controllare soprattutto, la concentrazione. Quella se ne va.

E, d’accordo, posso richiamarla con gentilezza (?) secondo le regole della mindfulness ma lei percepisce il mio torno urgente (“daiiii, lavoriamo!”) e non la frego.

La svagatezza mi porta in mondi fantastici, assurdi, un po’ infantili (o solo divertenti – io faccio confusione fra i due aggettivi). Mi permette di andare avanti, mi fornisce i meccanismi di sopravvivenza necessari. Ma una parte di me la odia, ne odia il tratto ribelle. E sì che la conosco bene, ne apprezzo i lati salvifici. Eppure, che nervi.

Quindi oggi lascio perdere, Vedo dove mi porta l’onda. Sto già alzando gli occhi al cielo. Sono ancora due: la concentrata impaziente e la svagata senza tempo. Le faccio parlare ma in realtà non ascolto cosa si dicono. Che se la vedano loro. E loro invece, vogliono me.

Quella che scappa alla fine sono io.

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