Cose da fare a colazione

Centellinare il té. Il té è bevanda lunghissima, calda e avvolgente.

Pensare alla giornata davanti. Adoro pianificare, pensare, immaginare come sarà. Mi nego ogni sorpresa. Mi dico che non la voglio, anzi la temo. Ma dentro di me c’è sempre una bambina piccola piccola che dice: chissà! – e strizza l’occhio al mio volto severo.

Piangere un po’ per un uomo di 27 anni (proprio oggi) che sarebbe stato bellissimo e a cui io somiglio molto.

Guardare un quadratino di verde dalla finestra, immerso nell’aria lattiginosa dell’ennesima giornata di pioggia.

Decidere se fare la doccia. E lavare via tutto e ricominciare.

Pensare al libro che sto leggendo e sentire la sensazione calda dei libri belli ancora a metà, che promettono e non ti dicono come finiranno. La piccola è contenta.

Scrivere alle amiche. Messaggi brevi, leggeri e col cuore.

Ignoto

Ho smesso di navigare.

Il mare è troppo tempestoso. Io non ho abbastanza esperienza né capacità. I pericoli sono tanti. Il viaggio è solitario. Il tempo inclemente. La nave non è solida. Le mappe sono sbagliate. Gli strumenti di bordo non sono verificati. I viaggi precedenti sono stati inconcludenti. Le rotte sono quasi sempre ignote e mai battute prima. Non ho i vestiti adatti. Non so dove voglio andare e non voglio scoprirlo.

Ho smesso di navigare ma non funziona. A quanto pare sono marinaia e ho una nave da mantenere.

Sono quasi certa che si infrangerà negli scogli. E che dovrò stare a guardarla. Finanche ricostruirla: e odierò ogni pezzettino che rincollerò. Odierò la vastità sconfinata del mare in cui immergerò la barca rincollata. Dovrò mettere una guaina sui solchi dellle fiancate perché non vi entri l’acqua salata che brucia, disgrega e corrode la polpa del vecchio legno. Dovrò ricucire le logore vele, disincagliare l’ancora dalle alghe del fondale, bonificare il ponte intriso di acqua marcia, pulire la cucina.

Dovrò parlare all’equipaggio. Non è vero che sono sola. Lo sembra solamente, a volte.

Ho smesso di navigare e ascoltato il fischio del vento e il rifrangersi delle onde. Ho sentito lo sciabordio di acque ferme. Ho annusato il puzzo di fetida acqua di porto abbandonato. Ho lasciato la ciurma a chiedere il perché della sosta, senza rispondere.

Ho smesso di navigare con soddisfazione. Per vedere il vuoto, per ascoltare il silenzio, per capire il nulla. Mi sono fermata per fermare ciò che non si ferma. E ho scoperto che tutto si ferma e tutto inesorabilmente riparte, se lo decido io.

Ho una nave da mantenere e la manterrò, ricordandomi dei vermi che la infestano, dell’albero maestro marcito e delle mappe sbiadite, inservibili. Per la rotta, guarderò le stelle, la notte. Anche se il cielo di notte mi fa paura.

Fotogramma

Tempo fermo. Un fotogramma terribile mi cattura in una smorfia deformante. Io so che sono meglio di così ma lo scatto ha congelato la distorsione del viso e la lascia lì, pendere, perché la vedano tutti.

Esiste un prima e di certo ci sarà un dopo del fotogramma. Ma l’immagine catturata che, per adesso, è l’unica che vedo fa una smorfia orribile, rabbiosa, che non mi pare modificabile.

La guardo attonita. Il presente mi sembra tutto quello di cui posso disporre. Mi sembra che definisca anche il passato è il futuro.

Resisto e scalcio all’avere fiducia. L’ho rotta e non riesco a rammendarla, non riesco a riempire le crepe. Eppure, da qualche parte, so che le possiamo riempire in un modo che mi convince, a cui credo e non solo in cui spero.

Mi esercito ogni giorno a guardare le crepe.

Lo strappo

Stamani me ne sono ricordata. Ma solo perché l’ho sentito in tutta la sua potenza, non perché l’ho visto. Di quando è successo non mi ricordo più, gli occhi della mente non mi aiutano.

Ho sentito lo strappo di quando una è cullata e poi non lo è più. E non lo è più perché funziona così. Le braccia smettono di cullare e si è mandate al mondo come meglio si può.

E io sono al mondo e ho imparato a starci ma ricordo le braccia e, anche se non so di farlo, le cerco sempre.

Trovo surrogati. Talmente buoni che mi consentono di andare avanti ma non di sospendere la ricerca di quelle che possano curare la ferita. La ricerca a volte è frenetica e insensata. Sei tu? Sei tu?

E se non so cercare? No, lo so fare per forza. Mi fido. E vado avanti con le mie ferite aperte, visibili e faticose, sempre uguali.

Mi viene in mente che la ricerca è continua e io invece penso sempre a un traguardo, a una fine, a una linea. Il coraggio sta nel continuare.

Sentire

Sentire tutto il dolore del mondo. Fidarsi che il sentimento sia in qualche modo una bussola.

Sentire di dover continuare. Fidarsi di voler continuare.

Sentire tutta la stanchezza che ottunde la speranza. Fidarsi che riuscirò a riposarmi.

Sentire, fidarsi e piangere tutte le lacrime di questo mondo.

Testimoni

Di buon mattino – quando la sveglia, impietosa, mi certifica l’inizio un’altra giornata in cui mi chiederò se non ho sbagliato tutto, dove ho sbagliato e perchè mi ostini se sbaglio sempre – ho, su dottorale consiglio, chiamato alcune donne a rendere testimonianza.

Che io valgo qualcosa. Che sono viva. Che l’adesso è frutto del prima e del dopo.

Sono così comparse:

  • Kath H. in abito da sera anche se era l’alba, inappuntabile, bellissima e un po’ arrogante. Mi ha ricordato di quando ha preferito dare tutto il denaro che aveva per non subire il ricatto di un produttore senza scrupoli. E che questa enorme perdita economica e di immagine le ha insegnato la responsabilità.
  • Lella, scarmigliata in vestaglia. Ha detto che più incerto del suo mestiere non ce n’è. Che i teatri chiudono sempre per primi. Che ne approfittava per scrivere altro.
  • JKR, slavata, molto inglese con l’aria sempre un po’ sbattuta. Che mi ha detto che la depressione la conosce così bene che ha potuto rappresentarla in personaggi fantastici ma anche nella giovane donna in gambissima al centro di altri romanzi. E io somigliavo un po’ alle sue creature.
  • AOC, col rossetto mat rosso fuoco, che non si fa fermare dalle critiche personali e studia e ribatte con sapienza. Dice che devo ballare come lei e, per l’amor del cielo, di intenderlo in senso simbolico.
  • La dottora, con una fascia rossa fra i capelli, gli occhi di fuoco e la retorica che mi riserva quando mi faccio troppo piccola. E’ lei che ha redatto la lista dei testi e ne ha ottenuto l’ammissione al tribunale. Aspetta il verbale di questa udienza.
  • la R. con i capelli già appuntati in alto anche alle 6 di mattina. Ha testimoniato che, per quanto con gravi lacune, non sarei da bocciare. Che mi impegno. Che potrei fare meglio. Ma non si sentiva di bocciarmi, così, al primo quadrimestre. Comunque dava 5 per abitudine.
  • zia B. che aveva fretta perché poi doveva parlamentare con la figlia su una serie di richieste impossibili che le aveva posto. Ha detto che lei non fa aperitivi con la prima che passa. Che il tribunale traesse le sue conclusioni. Mi richiama per lo spritz.
  • Elevì da dietro gli occhiali. Ha detto che sente parlare dei miei fallimenti da sempre, che si becca le mie intemperanze e miei silenzi da sempre. Ha detto che ne vale la pena. Perché per noi a volte il tempo si ferma ed inizia una bolla personale a due. Non succede sempre ma quando succede, ci sembra che il kairos lo abbiamo inventato noi.
  • mia madre. Che non aveva chiaro perché era stata chiamata. Si è sentita tuttavia di confermare una frase che mi ha scritto via sms qualche giorno fa. Siamo come i moschettieri: uno per tutti e tutti per uno! Dice che le sembra sufficiente;
  • la Ciccia da Roma. Ha tenuto a precisare che se non mi chiama lei io di certo non mi disturbo. Ha voluto metterlo a verbale. Dice però che mi chiama comunque. Mi pare importante.
  • la tedesca. Dice che mi ha insegnato il mindset coaching e il perseguimento dell’obiettivo. Io invece dico che ho imparato da lei l’eleganza nel riposizionarsi quando respinte.
  • mia figlia. Che ha riferito di guardare le serie tv Riverdale e Teen Wolf in lingua originale, ma non per causa mia eh, ma perché il doppiaggio in italiano è davvero brutto, capite. Il giudice non ha avuto per lei altre domande.
  • le maestre. Che hanno testimoniato in due anche se non si può. Loro non ne sapevano niente di questa regola e quindi per loro non valeva. Hanno detto che la mia ammissione alla scuola era la loro testimonianza. E tutti hanno applaudito.
  • le mie compagne di tutte le scuole, quelle recenti e quelle vecchie, perfino quelle che oggi mi hanno inaspettatamente scritto, come a dirmi: abbiamo testimoniato anche noi. Tutte quante. Anche se non ti ricordavi di averci chiamate.

Il tribunale è adesso riunito in camera di consiglio e io sosto con lui anche se non ci sarà sentenza. Ma solo vita, per quanto faticosa.

Esco dall’aula, esausta. Mando il verbale alla dottora. Commossa. Totalmente cambiata eppure identica. Il solito ossimoro vivente.

Ragazze, me ne siete testimoni.

Gradini

Il primo gradino è il fallimento. Mi sento fallita, non riesco ad approvare le mie scelte lavorative e trovo patetici i miei sforzi di tenere tutto insieme mese dopo mese. Quando tutto crolla intorna in me.

Il secondo gradino è la squadra. Vorrei sentirmi parte di una squadra, vorrei una mano sulla spalla (che mi deve essere, evidentemente, mancata da giovane) e che mi si dica: restiamo con te qualunque cosa accada, ci crediamo insieme a te. Invece di: oh lotta pure. Noi siamo qua e ti guardiamo. Siamo ottimisti, se sei tu a lottare.

Il terzo gradino è la stanchezza e anche l’insoddisfazione.

Il quarto gradino è la tenacia. Voglio mollare, mi dico. E non me lo consento.

Il quinto gradino sono il tempo, l’attesa, il percorso. Mentre io inciampo nei punti, non vedo la strada complessiva. Il tempo passa velocissimo o lentissimo, in ogni caso è elemento incontrollabile che mi mostra spesso un volto di sfida.

Il sesto gradino è, semplicemente, non essere all’altezza .

Paesaggi

Se guardo dal finestrino di un treno immaginario il paesaggio fuori scorre velocissimo e io lo guardo curiosa, anche se lo conosco benissimo.

Vedo il verde, un po’ chiaro e un po’ scuro, dell’Inghilterra e intuisco le macchie rosa dell’erica.

La pioggia batte contro il vetro e lo divide in parti diseguali. Non è strano che io veda anche il sole? Forse non lo vedo ma ne sento di certo il tepore.

Il paesaggio ha tutte le canzoni che, nella vita, mi hanno fatta fermare un secondo e riprendere con più coraggio. Passano e sono dolcissime.

Dal finestrino vedo un sacco di persone, tutte familiari. Devo solo ricordarmi di focalizzare lo sguardo e diventano visibili una a una e ho una storia con tutte e con alcune di più. Passa tutta la mia genealogia di donne. Le chiamo dal vetro. Mi sentiranno?

Passano le città che non ho mai visto, il mare in cui non mi sono mai tuffata, i deserti che non ho attraversato e tutti i posti che sono invece parte della mia storia. Passano i luoghi dell’infanzia e mi giro a cercare mio fratello che li ha visti con me.

Passano i miei figli, belli e forti e giovani e io li indico, quasi a me stessa. Vedi? Vedi?

Passano i miei genitori e sono ancora insieme. Non fermarti, treno, non mi tradire. Li voglio vedere così: impalpabili e fermi.

Scorrono i colori, i sapori, gli odori, le frasi dette e le frasi mancate, i cibi saporiti e i bocconi amari, passa la paura avuta e la fatica fatta. Sento il risucchio dal finestrino e un gusto metallico in bocca.

Il mio paesaggio è pieno di errori. Non sembrano così gravi se il treno ci passa accanto, se li guardo in fila. Sono soltanto da vicino che fanno tanta pura.

Il mio paesaggio è un verso di una poesia che suona perfetto e vorrei averlo scritto io. Il mio paesaggio è anche il privilegio di aver scovato quel verso, è la capacità di saperlo leggere in due lingue, è la pazienza di declamarlo tutte le volte come fosse la prima. Il mio paesaggio, oggi, è una poesia.

Svagatezza

Hai voglia a cercare la mia concentrazione stamani: quella, scappa.

Appena riesco a congratularmi con me stessa per aver fatto qualcosa di buono, la concentrazione chiede di pagare pegno. E se ne va, lasciandomi svagata e con la mente persa in tutte le cose che vorrei fare, i posti in cui vorrei essere, le canzoni che vorrei ascoltare e i libri che vorrei leggere.

Non funziona arrabbiarsi. Non funziona richiamare la concentrazione con rabbia. Non funziona autoconvincermi che la posso controllare soprattutto, la concentrazione. Quella se ne va.

E, d’accordo, posso richiamarla con gentilezza (?) secondo le regole della mindfulness ma lei percepisce il mio torno urgente (“daiiii, lavoriamo!”) e non la frego.

La svagatezza mi porta in mondi fantastici, assurdi, un po’ infantili (o solo divertenti – io faccio confusione fra i due aggettivi). Mi permette di andare avanti, mi fornisce i meccanismi di sopravvivenza necessari. Ma una parte di me la odia, ne odia il tratto ribelle. E sì che la conosco bene, ne apprezzo i lati salvifici. Eppure, che nervi.

Quindi oggi lascio perdere, Vedo dove mi porta l’onda. Sto già alzando gli occhi al cielo. Sono ancora due: la concentrata impaziente e la svagata senza tempo. Le faccio parlare ma in realtà non ascolto cosa si dicono. Che se la vedano loro. E loro invece, vogliono me.

Quella che scappa alla fine sono io.