Svagatezza

Hai voglia a cercare la mia concentrazione stamani: quella, scappa.

Appena riesco a congratularmi con me stessa per aver fatto qualcosa di buono, la concentrazione chiede di pagare pegno. E se ne va, lasciandomi svagata e con la mente persa in tutte le cose che vorrei fare, i posti in cui vorrei essere, le canzoni che vorrei ascoltare e i libri che vorrei leggere.

Non funziona arrabbiarsi. Non funziona richiamare la concentrazione con rabbia. Non funziona autoconvincermi che la posso controllare soprattutto, la concentrazione. Quella se ne va.

E, d’accordo, posso richiamarla con gentilezza (?) secondo le regole della mindfulness ma lei percepisce il mio torno urgente (“daiiii, lavoriamo!”) e non la frego.

La svagatezza mi porta in mondi fantastici, assurdi, un po’ infantili (o solo divertenti – io faccio confusione fra i due aggettivi). Mi permette di andare avanti, mi fornisce i meccanismi di sopravvivenza necessari. Ma una parte di me la odia, ne odia il tratto ribelle. E sì che la conosco bene, ne apprezzo i lati salvifici. Eppure, che nervi.

Quindi oggi lascio perdere, Vedo dove mi porta l’onda. Sto già alzando gli occhi al cielo. Sono ancora due: la concentrata impaziente e la svagata senza tempo. Le faccio parlare ma in realtà non ascolto cosa si dicono. Che se la vedano loro. E loro invece, vogliono me.

Quella che scappa alla fine sono io.

Tornare

Tornare dopo un po’ di tempo, ugualmente diversa e e diversamente ugaule. Più ossimorica che mai.

Tornare senza avere idea, come sempre, della destinazione ma consapevole della necessità del percorso.

Tornare alla bottega, senza ricordarmi con precisione come avevo deciso di continuare a gestirla ma con la sensazione di volontà caparbia nel continuare a farlo.

Tornare a me, senza alzare gli occhi al cielo per la tediosità dell’occupazione di ascoltarmi per prima e ricercando una scintilla di curiosità nel mare di affidabilità in cui nuoto da sempre.

Tornare per raccontare e farmi raccontare. Per ricordare il mare, gli incontri inaspettati e la scoperta di certezze talmente granitiche che a volte mi pare si sbriciolino (ed invece è solo un trucco ottico!).

Tornare per riannodare i fili e tesserli e scoprire che disegno ne viene fuori. Tornare per confondere i fili e giocare con la matassa.

Tornare per continuare a divertirmi come faccio d’estate e portare quella parte di me nell’inverno che dura 11 mesi e una settimana lavorativa.

Tornare ed esserci in pienezza ed in presenza (e non di fretta e con sbadataggine). Tornare per non rimproverarmi, misurarmi, pesarmi e catalogarmi. E, se lo faccio, perdonarmi.

Insomma tornare.

Telaio di San Leucio – Caserta

NON

Oggi non riesco a non essere stanca. Oggi non riesco a non essere negativa. Oggi è un giorno di non e di varianti del no oppositivo. Del no, non voglio. Del no rabbioso.

Lo so che questo no non mi appartiene e che segnala solo il mio disagio. Da qualche parte l’ho scritto negli appunti ma non li ho con me. E mi fa rabbia anche questo. Se non li leggo mi pare di non saperli.

E quindi sosto, in questo non momento così faticoso. L’ordine mi dice che questa è follia e mancanza di equilibrio. Sono troppo poca o troppo abbondante, in ogni caso fuori misura.

Ma non voglio rientrare. Mi lascio così. Smisuratamente arrabbiata e viva.

La rete

Torna il lupo della paura dell’errore, con le fauci spalancate. Guarda – ruggisce – un buon avvocato non fa di questi errori! Guarda! Dillo a tutti che hai fatto l’errore, lo devono sapere!

Misericordia! Esclama la Signorina Rottermeier. Di chi è la colpa? Chi ha sabotato? Sei forse tu, piccoletta sciocca che non ti concentri e ti perdi nei mille rivoli delle tue passioni e distrazioni e divertimenti? Tutte le Francesche in punizione!

Premo disperata il salva-la-Franci-beghelli (comodo telecomando tascabile con bottone in evidenza) e spuntano tutti come in una videata di zoom: amicadelcuore joined the meeting, marito joined the meeting , ziab joined the meeting, dottora joined the meeting, socio (vagamente) joined the meeting.

Ho sbagliaaaato, belo. La squadra è fatta di professionisti che non fanno un plisse’. Lo sanno e mi aspettano e mi vedono. Siamo qui, mi dicono, ciascuno a modo suo.

Allora io faccio il primo passo in avanti forte della rete che mi sostiene e mi riappinzo alla strada che voglio seguire, rimodulo la domanda, percepisco (con un po’ di stomaco stretto) la potenza dell’errore, ricontratto il mio stare al lavoro affrontando gli errori senza rimpicciolirmi, senza abbandonarmi, senza odiarmi. E da ognuno prendo qualcosa di specifico e insostituibile e dalle donne prendo segmenti di disparità piccoli e grandi.

E cerco un altro modo.

Tempo di attesa

Sto aspettando che il tecnico della sanificazione dei condizionatori finisca di lavorare nella mia stanza e rifletto sul fatto che le pause inaspettate dal lavoro mi fanno sempre trasalire. Che faccio mentre aspetto? Come impiego il mio tempo? Non posso mica stare senza fare niente.

Così, rifletto. Anche sul fatto che il tecnico mi abbia chiesto se sono la segretaria perché il mio sesso mi definisce e mi incasella, al solito erroneamente, nell’ordine sociale e non c’è virus che tenga.

Rifletto sul fatto che il mio tempo mi è sempre parso scandito da fattori esterni che certificavano e giustificavano i miei non posso e legittimavano l’esternazione della mia rabbia. Non posso, ma se dipendesse da me…

Prendere il controllo del mio tempo, decidere delle mie pause e decidere di me mi da’ vertigini di libertà di poter fare, ma ne sento tutta la responsabilità e i miei non posso mi paiono molto più difficili da sostenere. Scopro che la Rottermeir c’è anche quando sono libera e mi ricorda – ché questa è la sua specialità – che la libertà è anche responsabilità. Ribatto che lei però si scorda sempre (e non nomina mai) la relazione (e mi accorgo che è la prima volta che rispondo alla R. e non le obbedisco e basta e mi pare una buona cosa).

Insomma, mentre aspetto rifletto che il tempo lo faccio io, che lo posso plasmare e allungare e accorciare e ridefinire e rileggere e ri-rappresentare e ricordare. Plastilina in mani inesperte. Infatti, la prima cosa che mi viene in mente è che non lo so fare, il tempo. O forse non so (più) che lo so fare? Di certo, non è quell’orologio immaginario, ma molto reale, che porto nel taschino, che ticchetta in maniera fastidiosa e perentoria e che fa di me una curiosa lepre marzolina molto impaurita. Quello è solo una misura, una delle tante che ho imparato per sopravvivere e che ha il vantaggio di essere visibile agli altri (i quali non mi prendono per matta se corro di qua e di là).

Il condizionatore è a posto adesso. E’ stato disinfettato, ma io non ho finito di scrivere. Il mio tempo raramente coincide con quello dell’orologio, ecco perché, in genere, non posso. Non ho tempo! O ne ho troppo. Mi attardo a scrivere, non sono certa di come la R prenda questa mia pausa protratta. Quando parlo con lei di solito scopro che ci posso ragionare e che non ha sempre voglia di attaccarmi. Ma dobbiamo fare pratica, io e lei. Non ci conosciamo, anzi, non ci ri-conosciamo, i nostri ricordi sono troppo lontani.

Torno a lavoro nel nuovo tempo di questo tempo che ricomincia lento.

La Bottega

E piano piano il carrozzone torna a muoversi e mi sporgo dal finistrino titubante per capire se è solo un’illusione ottica.

Tornano le voci al di la’ delle finestre, il rumore (molesto come sempre) delle auto che passano, tornano gli impegni e le scadenze.

Torna il mondo come lo conoscevo ma più complicato, più normato da regole spesso contrastanti che nascondono la paura, l’incapacità e l’incertezza di chi le scrive.

Torno io e tornano gli altri, affaticati e cauti. Un po’ diversi e molto uguali.

Torna a bruciare la mia rabbia impotente che cerca risposte immediate e mi rimprovera di attendere il niente. Ho l’istinto atavico di ammansirla e farmela amica così. Ma dopo questo lungo percorso capisco che ammansirla sarebbe snaturarla, lei che è così selvatica e libera. La tengo, la rabbia, e mi concentro sul mio desiderio. Se il desiderio è intenso potrà stare anche insieme alla belva senza esserne sbranato vivo e potrà godere del fuoco propellente della sua ira.

Rilancio dunque la mia domanda al mondo e imparo che la mia tenacia è una caratteristica che ho ereditato dalla genealogia femminile a cui, anche se non ne sono (sempre) consapevole, mi ispiro. Sono tutte qui con me e da sopra le loro spalle la vista del mondo è più chiara e aperta. Fa anche un po’ paura ma mi attrae.

Sto creando una bottega di lavoro (cambio termine, non è più uno studio), una laboratorio dove la mattina possa entrare felice, dove il tempo sia a scatti (e quindi non per tutti), dove non ci sia un inizio e una fine, un obiettivo giusto e uno sbagliato, una serie A e una serie B. La bottega è esperienziale e verissima e quindi non è traducibile in formule astratte, nella bottega non sono mai sola, siamo tante e dischiuse, la bottega segue un percorso e lo rilegge e lo cambia in corsa, La bottega non separa e tiene tutto insieme in una comoda placenta.

La mia ripresa è la bottega. La mia ripresa è avere paura e pentirmene e preferire un vecchio e noto disagio, ad una felicità ignota. E però rilanciare il desiderio. E stare in bottega e in questo oscillare continuo e pauroso scoprire che sto disegnando un airone.

Ci sono momenti

Ci sono momenti in cui il cuore salta un battito, ti guardi intorno e ti vedi sempre uguale ma all’erta e viva. La sensazione è eterea e concreta insieme. Tutto funziona secondo schemi impensati ed impensabili, il tempo è liquido e ci si può attardare ad essere curiose.

Ci sono istanti in cui la fiducia è calda come un raggio di sole e il raggio illumina anche il passato e, con la luce, il passato può essere ri-letto e ri-definito.

Ci sono volte in cui traballare è una danza e l’idea che si possa cadere esiste sempre ma fa meno paura. Ci sono momenti in cui non si ha paura di avere paura.

Ci sono mattine in cui si ha voglia di trascinare qualcun altra (che si mette il casco) e poi l’altra ci trascina (nel verde di un parco).

Ci sono attimi che pesano meno e in cui noi invece pesiamo abbastanza su questa terra e fa differenza esserci e si può respirare.

C’è la gratitudine al posto della rabbia e c’è la speranza. È un momento lento e velocissimo. Estraneo e notissimo.

Spero che duri oppure me lo godo soltanto.

Pendolo

Oscillo fra aperta felicità e chiuso sconforto.

Ondeggio fra elettrizzante curiosità e noia mortale.

Dondolo fra coraggio assennato e ardimento pazzo.

Alterno pazienza certosina ed irresistibile impulsività .

Ciondolo fra luce folgorante e tenebra avviluppante.

Vacillo piacendomi di cuore ed odiandomi di cuore.

Barcollo di fronte agli insperati successi ed alle temute sconfitte.

Traballo mentre uso la mia sapienza e mentre mi affaccio sull’abisso di tutto quello che non so.

Fluttuo fra passato da rileggere e futuro da scrivere.

Vario nel fare le cose e nel guardarmi mentre sono pigra.

Tentenno fra una me giudiziosa e pensosa e una me scarruffata e irascibile.

Esito se essere avvocata oppure tutt’altro.

Titubo nel mettere fra me e il mondo altre donne.

Agenda di questo tempo

Nelle prime ore del mattino riepilogo tutto, nel silenzio della casa ancora in ombra, col calore della gattina sulle gambe. Il giudizio c’è ma è più morbido, il tempo pensato è meno lineare e quindi più gestibile, meno costringente.

Mi sveglio più tardi del solito e faccio colazione con la speranza di trovare, chissà perché, buone notizie fra i messaggi accumulati sul telefono. Il telefono è il mio contatto con il mondo e con le donne che lo popolano. E quindi è amico e nemico. Non trovo mai la notizia che vorrei e che non so nemmeno io qual è. Quello che cerco è proprio di capirla.

Inizio la giornata fra le macerie del mio lavoro fra cui a volte trovo pepite d’oro. Me ne stupisco invariabilmente come se io non avessi nulla a che vedere con il loro ritrovamento. Allora riannodo fili, ricostruisco percorsi, cerco genealogie e mi cerco in un’immaginaria foto di gruppo delle persone che hanno trovato la pepita. Mi trovo nella foto, piccola e defilata. Mi prometto che nella prossima mi metto più al centro.

Cerco contatti coi figli adolescenti, approfitto del fatto che li ho sempre vicini, adesso. Ma è come tornassi da un lungo viaggio: li trovo cresciuti, indipendenti, abituati a cavarsela, candidi di fronte a un’emergenza che per loro è solo un capitolo. Per loro la vita è dopo ma è bella anche durante. Litighiamo e guardiamo insieme film. Si fidano di me solo per i compiti di latino e inglese e mi hanno abbastanza capita. Sono altre pepite. E pure belle grosse. Ma io con loro che c’entro? Mi somigliano ma sono talmente migliori! Mi rimetto alla ricerca di foto.

Mi aspettano due lunghe videochiamate al giorno con mamma e fratello. La mamma è sola e noi insceniamo un teatrino per scandirle due momenti della giornata. Lei parlerebbe per ore, io invece sono irrequieta e non so che dire. Mantengo un’apparenza. Il teatrino è comunque divertente.

Ho definitivamente trasformato il marito in consulente per il mio lavoro. Gli sottopongo ogni decisione lavorativa di metodo e gli contesto, invariabilmente, ogni risposta. Mi misuro con lui, con lui sento quanto ho voglia di difendere un’idea o un progetto. Lui sopporta e alza gli occhi dai suoi fogli.

I contatti con le mie colleghe e colleghi sono al solito distanti e formali. Io mi sento diversa da loro. Abbiamo gli stessi obiettivi e le stesse paure ma una forma di viverle distante. Io non sono così e me ne dispiace (non di non essere come loro ma di non avere colleghi vicino).

Mi interrompo continuamente con messaggi di belle donne (ciao amica!) che mi scrivono, si disperano, gioiscono, mi salutano, ci sono, mi spronano, mi commuovono, mi guardano e chiedono di essere viste. Guardo la mia classe Labodif (ampliata della lettera G) intrufolandomi in angoli delle loro camere, salotti, sfondi bui, sfondi spaziali. Sorridiamo e sentiamo insieme, prendiamo appunti e ci teniamo per mano. Le maestre ci guidano e ci sono. Rinominiamo e risignifichiamo parole che ormai fanno parte del lessico nostro eppure ancora sono difficili.

I giorni vanno velocissimi. È di nuovo sera. Il tempo scorre senza un prima ne’ un dopo. Mai come ora. Penso che forse mi muovo io ed è il tempo che sta fermo, come quando da piccola scoprivo che non era il mio treno che partiva ma quello nel binario di fronte. E rimango, come allora, stupita.

Portrait of Virginia Woolf from Literary Witches.

Scatafascio

CARA DIARIA,

più la vista dalla mia terrazza si fa bella, più il mondo vecchio va a scatafascio con un tonfo sordo eppure udibilissimo.

Questa dissonanza, mai come ora, mi risuona nell’anima in tutta la sua potente incoerenza.

Il mondo vecchio va a scatafascio ma – mentre muore – parla attraverso i vecchi schemi, tenta di imporli quasi fossero un legato da ripartire fra gli eredi all’ultimo minuto, quasi fosse una condizione testamentaria che non può far eseguire forzosamente ma chiede sia onorata per dovere morale e senso di responsabilità.

Il mondo muore, ma mi dice che non devo avere paura, che devo credere a un dopo che si sostanzierà in provvedimenti economici (per coloro non ne beneficiano già ovviamente. Quelli già ci credono al dopo).

Il mondo guarda il dito dell’astrazione e delle forme con cui è uso rabberciare la realtà quando questa si lacera ma mi impedisce la vista della luna che illumina un domani totalmente diverso con cui mi troverò a contrattare.

Il mondo muore, ma mi implora di guardare i dati razionali delle curve perché tutta la forza e il coraggio che mi serve deriva da lì. Mi vuole insegnare a trovare nel dato scientifico la cura per la mia mente ma pretende che questo sia balsamo anche per il mio dolore dell’anima.

Non capisce la differenza: per il vecchio mondo la mente è anche anima, c’è spazio solo per l’uno, per un cerchio perfetto.

Il mondo mi mostra gli eroi di questo momento, ma solo quelli che, essi per primi, si definiscono tali chiedendo, con rabbia, un riconoscimento pubblico.

Al mondo che scompare non interessano gli eroi e le eroine silenziose che raddrizzano la schiena e la postura sotto il peso di questo tempo. Io invece voglio celebrare anche quelli.

Il mondo muore ma si spende perché vengano mantenuti i contenuti di prima (mascherati in forme universali).

Il mondo proroga ma non abolisce le scadenze. Chiede di cristallizzarsi in uno stop, ma inibisce la sosta per pensare in maniera feconda. Predica pazienza, ma solo se è sottomissione alla vecchia modalità di azione. Garantisce tutele ma solo a chi le aveva già prima. E gli altri e le altre? Pazienza. Cureranno l’anima con la mente.

Il mondo muore e con lui tutti i piccoli puntini che lo compongono. Non c’è disegno dall’alto, solo puntini che ce la faranno e puntini che non ce la faranno (secondo la logica del mondo).

Getto ancora uno sguardo alla natura in festa oltre il balcone che celebra la primavera fra le macerie del crollo. E, d’improvviso, non sono nemmeno più sicura che la natura mi sia davvero amica, inamovibile e tetragona com’è nelle sue dolcissime manifestazioni.

Porto la sedia in terrazza e lo spostamento diventa simbolico anche se ancora faticoso (la sedia è pesante). Le foglioline verde tenero a volte mi sono nemiche e il sole avaro di raggi. La luna del dopo mi incuriosisce, ma il dito dell’astrazione mi tira il vestito. Il vecchio mondo muore e ne voglio conservare qualcosa anche se voglio decidere io se onorare o meno la condizione morale indicata nel testamento. E mai da sola (allego foto).