Dentro

Dentro il secondo giorno c’è più luce, più sicurezza, più fluidità. Si delinea una postura da “altro” rispetto al dover essere. Dunque qualcosa dietro il muro, c’è.

Ho azzardato un caffè, che di solito mi nego sull’onda di un severo giudizio sulla mia capacità di gestire l’ansia.

Non ho molto dormito, ma ho toccato una pallina, ho letto varie pagine e ricordato un itinerario.

La sera è calma. Devo trascrivere alcuni appunti sull’agenda con la mia stilografica.

Ragazzi, apparecchiate! È un richiamo di gioventù, di sere estive, di avere un posto nel mondo.

Inizio informale

Il primo giorno di vacanza è il più difficile perché mi aspetto sempre una decompressione che, invece, puntualmente, arriva solo più tardi.

Il primo giorno di vacanza lo pretendo ristorativo delle ansie di un anno e stabilisco una barra troppo alta che si rivela tinsuperabile.

Il primo giorno è un’idea, un ideale, un sogno, un’arcadia irrealistica, un’infinita ombra del vero. Me lo racconto e me lo spaccio per possibile, ma è solo perché l’inevitabile delusione è un’irresistibile coperta di Linus: scomoda, di lana urticante, perfino un po’ puzzolente ma nota e dunque tranquillizzante.

Oggi il primo giorno, questa volta vorrei che fosse il primo di una nuova e diversa consapevolezza. Essere qui e ora con tutta me stessa.

Contratto con la realtà, rinegozio, accetto, modifico, confliggo, sbaglio e rettifico, sosto, eccedo. Non c’è un primo giorno e non c’è un punto, c’è un percorso lungo e tortuoso che non posso pretendere di vedere se non salgo un pochino più in alto.

Nel primo giorno ci sono stati una dormita fino a tardi, un fiume e dei panini, una mail inaspettata e in qualche modo gestita, il suono della pallina da ping pong e un nuovo libro.

E sono solo le 7. La giornata non è finita: non c’è modo di mettere l’ennesimo punto.

Per chi lo scrivo

Questo lo scrivo per lei, che oggi ha bucato per me il tempo nebuloso e appiccicoso della pausa pranzo, che spesso promette kairos e si rivela chronos impietoso (se lo si guarda dal basso).

Lo scrivo per ritrovare il desiderio di scrivere, che non ha nulla a che vedere con gli immaginari destinatari del testo e neppure con la me che si siede e lo fa. E’ desiderio puro, etereo eppure così tangibile. E’ iniziare qualcosa senza sapere dove si va, ma sapendo come si fa. E’ un talento muliebre, vecchio quanto il tempo e nascosto alla vista di un ordine che non lo cura.

Scrivo perché sospinta, ché siamo tutte barchette bisognose di aliti di vento, leggere e imponderabili, sfuggenti agli strumenti che pretendono misurazioni impossibili.

Scrivo perché non sono sola, ma tutte scriviamo e qualcuna deve pur dirlo e farne un manifesto generale e io me ne prendo la briga. Anzi, il manoscritto lo porto poi in stampa alla Hogarth Press. Chissà se me lo pubblicano, ma bisogna puntare in alto, altrimenti ci annoiamo. Così mi ha detto pochi giorni fa la professoressa di chitarra di mia figlia e pensavo mi avesse fatto sorridere e invece mi ha fatto riflettere.

Scrivo perchè altrimenti voi non capite la potenza di queste donne e sarebbe un peccato. E’ una potenza che rigenera e sottrarvisi non è consigliabile.

Piano piano e di quando in quando scrivo e ri-scrivo. Per tutte noi.

La necessità

A volte è necessario essere fedeli a noi stesse, a considerarci il porto inevitabile a cui fare ritorno, senza il peso di un giudizio o di una valutazione.

Perfino le parole non sanno dire.

Inevitabile non vuol dire che non lo posso evitare ma, anzi, che mi ci dirigo nella mia interezza.

Tante sono le scintille di questo periodo, che si misurano con un’esistenza necessariamente (inevitabilmente!) sobria e regolare e le accolgo con nuova curiosità e molta paura.

E’ necessario scriverne, per mettere ordine ai pensieri e per fare luce avanti nel cammino.

Cose da fare a colazione

Centellinare il té. Il té è bevanda lunghissima, calda e avvolgente.

Pensare alla giornata davanti. Adoro pianificare, pensare, immaginare come sarà. Mi nego ogni sorpresa. Mi dico che non la voglio, anzi la temo. Ma dentro di me c’è sempre una bambina piccola piccola che dice: chissà! – e strizza l’occhio al mio volto severo.

Piangere un po’ per un uomo di 27 anni (proprio oggi) che sarebbe stato bellissimo e a cui io somiglio molto.

Guardare un quadratino di verde dalla finestra, immerso nell’aria lattiginosa dell’ennesima giornata di pioggia.

Decidere se fare la doccia. E lavare via tutto e ricominciare.

Pensare al libro che sto leggendo e sentire la sensazione calda dei libri belli ancora a metà, che promettono e non ti dicono come finiranno. La piccola è contenta.

Scrivere alle amiche. Messaggi brevi, leggeri e col cuore.

Ignoto

Ho smesso di navigare.

Il mare è troppo tempestoso. Io non ho abbastanza esperienza né capacità. I pericoli sono tanti. Il viaggio è solitario. Il tempo inclemente. La nave non è solida. Le mappe sono sbagliate. Gli strumenti di bordo non sono verificati. I viaggi precedenti sono stati inconcludenti. Le rotte sono quasi sempre ignote e mai battute prima. Non ho i vestiti adatti. Non so dove voglio andare e non voglio scoprirlo.

Ho smesso di navigare ma non funziona. A quanto pare sono marinaia e ho una nave da mantenere.

Sono quasi certa che si infrangerà negli scogli. E che dovrò stare a guardarla. Finanche ricostruirla: e odierò ogni pezzettino che rincollerò. Odierò la vastità sconfinata del mare in cui immergerò la barca rincollata. Dovrò mettere una guaina sui solchi dellle fiancate perché non vi entri l’acqua salata che brucia, disgrega e corrode la polpa del vecchio legno. Dovrò ricucire le logore vele, disincagliare l’ancora dalle alghe del fondale, bonificare il ponte intriso di acqua marcia, pulire la cucina.

Dovrò parlare all’equipaggio. Non è vero che sono sola. Lo sembra solamente, a volte.

Ho smesso di navigare e ascoltato il fischio del vento e il rifrangersi delle onde. Ho sentito lo sciabordio di acque ferme. Ho annusato il puzzo di fetida acqua di porto abbandonato. Ho lasciato la ciurma a chiedere il perché della sosta, senza rispondere.

Ho smesso di navigare con soddisfazione. Per vedere il vuoto, per ascoltare il silenzio, per capire il nulla. Mi sono fermata per fermare ciò che non si ferma. E ho scoperto che tutto si ferma e tutto inesorabilmente riparte, se lo decido io.

Ho una nave da mantenere e la manterrò, ricordandomi dei vermi che la infestano, dell’albero maestro marcito e delle mappe sbiadite, inservibili. Per la rotta, guarderò le stelle, la notte. Anche se il cielo di notte mi fa paura.

Fotogramma

Tempo fermo. Un fotogramma terribile mi cattura in una smorfia deformante. Io so che sono meglio di così ma lo scatto ha congelato la distorsione del viso e la lascia lì, pendere, perché la vedano tutti.

Esiste un prima e di certo ci sarà un dopo del fotogramma. Ma l’immagine catturata che, per adesso, è l’unica che vedo fa una smorfia orribile, rabbiosa, che non mi pare modificabile.

La guardo attonita. Il presente mi sembra tutto quello di cui posso disporre. Mi sembra che definisca anche il passato è il futuro.

Resisto e scalcio all’avere fiducia. L’ho rotta e non riesco a rammendarla, non riesco a riempire le crepe. Eppure, da qualche parte, so che le possiamo riempire in un modo che mi convince, a cui credo e non solo in cui spero.

Mi esercito ogni giorno a guardare le crepe.

Lo strappo

Stamani me ne sono ricordata. Ma solo perché l’ho sentito in tutta la sua potenza, non perché l’ho visto. Di quando è successo non mi ricordo più, gli occhi della mente non mi aiutano.

Ho sentito lo strappo di quando una è cullata e poi non lo è più. E non lo è più perché funziona così. Le braccia smettono di cullare e si è mandate al mondo come meglio si può.

E io sono al mondo e ho imparato a starci ma ricordo le braccia e, anche se non so di farlo, le cerco sempre.

Trovo surrogati. Talmente buoni che mi consentono di andare avanti ma non di sospendere la ricerca di quelle che possano curare la ferita. La ricerca a volte è frenetica e insensata. Sei tu? Sei tu?

E se non so cercare? No, lo so fare per forza. Mi fido. E vado avanti con le mie ferite aperte, visibili e faticose, sempre uguali.

Mi viene in mente che la ricerca è continua e io invece penso sempre a un traguardo, a una fine, a una linea. Il coraggio sta nel continuare.

Sentire

Sentire tutto il dolore del mondo. Fidarsi che il sentimento sia in qualche modo una bussola.

Sentire di dover continuare. Fidarsi di voler continuare.

Sentire tutta la stanchezza che ottunde la speranza. Fidarsi che riuscirò a riposarmi.

Sentire, fidarsi e piangere tutte le lacrime di questo mondo.

Testimoni

Di buon mattino – quando la sveglia, impietosa, mi certifica l’inizio un’altra giornata in cui mi chiederò se non ho sbagliato tutto, dove ho sbagliato e perchè mi ostini se sbaglio sempre – ho, su dottorale consiglio, chiamato alcune donne a rendere testimonianza.

Che io valgo qualcosa. Che sono viva. Che l’adesso è frutto del prima e del dopo.

Sono così comparse:

  • Kath H. in abito da sera anche se era l’alba, inappuntabile, bellissima e un po’ arrogante. Mi ha ricordato di quando ha preferito dare tutto il denaro che aveva per non subire il ricatto di un produttore senza scrupoli. E che questa enorme perdita economica e di immagine le ha insegnato la responsabilità.
  • Lella, scarmigliata in vestaglia. Ha detto che più incerto del suo mestiere non ce n’è. Che i teatri chiudono sempre per primi. Che ne approfittava per scrivere altro.
  • JKR, slavata, molto inglese con l’aria sempre un po’ sbattuta. Che mi ha detto che la depressione la conosce così bene che ha potuto rappresentarla in personaggi fantastici ma anche nella giovane donna in gambissima al centro di altri romanzi. E io somigliavo un po’ alle sue creature.
  • AOC, col rossetto mat rosso fuoco, che non si fa fermare dalle critiche personali e studia e ribatte con sapienza. Dice che devo ballare come lei e, per l’amor del cielo, di intenderlo in senso simbolico.
  • La dottora, con una fascia rossa fra i capelli, gli occhi di fuoco e la retorica che mi riserva quando mi faccio troppo piccola. E’ lei che ha redatto la lista dei testi e ne ha ottenuto l’ammissione al tribunale. Aspetta il verbale di questa udienza.
  • la R. con i capelli già appuntati in alto anche alle 6 di mattina. Ha testimoniato che, per quanto con gravi lacune, non sarei da bocciare. Che mi impegno. Che potrei fare meglio. Ma non si sentiva di bocciarmi, così, al primo quadrimestre. Comunque dava 5 per abitudine.
  • zia B. che aveva fretta perché poi doveva parlamentare con la figlia su una serie di richieste impossibili che le aveva posto. Ha detto che lei non fa aperitivi con la prima che passa. Che il tribunale traesse le sue conclusioni. Mi richiama per lo spritz.
  • Elevì da dietro gli occhiali. Ha detto che sente parlare dei miei fallimenti da sempre, che si becca le mie intemperanze e miei silenzi da sempre. Ha detto che ne vale la pena. Perché per noi a volte il tempo si ferma ed inizia una bolla personale a due. Non succede sempre ma quando succede, ci sembra che il kairos lo abbiamo inventato noi.
  • mia madre. Che non aveva chiaro perché era stata chiamata. Si è sentita tuttavia di confermare una frase che mi ha scritto via sms qualche giorno fa. Siamo come i moschettieri: uno per tutti e tutti per uno! Dice che le sembra sufficiente;
  • la Ciccia da Roma. Ha tenuto a precisare che se non mi chiama lei io di certo non mi disturbo. Ha voluto metterlo a verbale. Dice però che mi chiama comunque. Mi pare importante.
  • la tedesca. Dice che mi ha insegnato il mindset coaching e il perseguimento dell’obiettivo. Io invece dico che ho imparato da lei l’eleganza nel riposizionarsi quando respinte.
  • mia figlia. Che ha riferito di guardare le serie tv Riverdale e Teen Wolf in lingua originale, ma non per causa mia eh, ma perché il doppiaggio in italiano è davvero brutto, capite. Il giudice non ha avuto per lei altre domande.
  • le maestre. Che hanno testimoniato in due anche se non si può. Loro non ne sapevano niente di questa regola e quindi per loro non valeva. Hanno detto che la mia ammissione alla scuola era la loro testimonianza. E tutti hanno applaudito.
  • le mie compagne di tutte le scuole, quelle recenti e quelle vecchie, perfino quelle che oggi mi hanno inaspettatamente scritto, come a dirmi: abbiamo testimoniato anche noi. Tutte quante. Anche se non ti ricordavi di averci chiamate.

Il tribunale è adesso riunito in camera di consiglio e io sosto con lui anche se non ci sarà sentenza. Ma solo vita, per quanto faticosa.

Esco dall’aula, esausta. Mando il verbale alla dottora. Commossa. Totalmente cambiata eppure identica. Il solito ossimoro vivente.

Ragazze, me ne siete testimoni.