Appunti di viaggio

Dietro dottorale consiglio mi segno (a volte anche solo mentalmente) i “non ce la faccio della giornata“. A volte sono tanti, ripetitivi, compulsivi: non posso, non ce la faccio, non riesco. La compulsività del loro continuo generarsi mi spaventa. Ma visti dall’esterno sono meno terribili: mi sdoppio e li considero da fuori e ne scopro qualcuno dettato dall’abitudine, qualcuno detto tanto per dire, qualcuno dettato dall’esasperazione, qualcuno dalla rabbia, qualcuno dalla mancanza di fiducia in me stessa, qualcuno dalla solitudine e dall’incapacita ad adattarmi ad un ordine verso cui mi hanno mandato da sola. Comunque no, di base non ce la faccio (disagio), ma vorrei farcela (desiderio).

Da grande vuoi fare anche tu l’avvocato? Domandano a mia figlia, che risponde con la limpidezza dei suoi 11 anni e la slealtà di tutte le figlie: no, perché io non voglio essere triste la sera. Ho chiamato a raccolta le mie donne: l’avete sentita? E’ seguito il seguente dialogo: gran bell’esempio di madre che sei, commenta sarcastica la domata (che ha la curva della bocca dura come quella di Kathrine Hepuburn), guarda che la tua ragazzina è davvero sveglia! esclama festosa l’indomata (che adora la capacità di essere autentica di mia figlia), chi ha la coscienza pulita non ha ragione di essere triste, dice la misogenata che parla spesso per proverbi e io la prenderei a sberle continuamente, it is our choices that show what we truly are far more than our abilities (questa è l’ammirata, che parla dal treno verso Edimburgo). Scena muta della mia controfigura. Silente, piatta, irrilevante: un diesel.

E la vera me? Non c’è! Come ve lo devo dire? Non ce la faccio!  Ho pensato, annotando in rosso non ce la faccio sul taccuino.

Poi però.

Avvocato, in bocca al lupo per domani! Per una volta mi sento sostenuta da una cliente e mi godo la sensazione e la scintilla. Domani saremo in due.

Non ce la faccio. Non sono in grado di lavorare e fatico a scrivere anche una frase – mi scrive su whatsapp una collega che ho rivisto per caso pochi giorni fa. Da nessuna conversazione precedente a una comunione di un momento difficile che conosco tanto bene e che è pieno di significato. E le ho teso la mano perché nel luogo dove è lei io ci sono già stata e ci torno sempre. E sulle mie spalle ci si può salire.

Allora la vera me ha fatto improvvisamente capolino: orfana, piccina, ambiziosa, tenace, stracolma di parole,  piena di principi e anglofona. Ha fatto capolino ed è subito sparita, ma l’ho vista con la coda dell’occhio e non sono più certa che sia solo un fuoco fatuo.

Magoni

Leggo sui miei appunti scolastici (Labodif sei una brava scuola, sai?): Di fronte a un feedback negativo gli uomini tendono ad arrabbiarsi e le donne invece a rattristarsi.

E anche: Le donne provano rabbia in relazione a quelle che percepiscono come offese nei rapporti interpersonali non per le valutazioni negative di ciò che fanno.

Per me la parole chiave sono rabbia e offesa (anche quando riesco a non declinarla nella variante debole dell’umiliazione). Ma in genere comprimo e riduco queste due ingombranti sensazioni ripiegandole ordinatamente nel cassetto magico che le tiene a bada e impedisce che, con la loro carica inesplosa, generino conflitto. Il conflitto non mi piace, neppure con persone che per me non contano. Il conflitto è faticoso, è comunque perdita di relazione e, per come l’ho sempre gestito, vede invariabilmente me come perdente. Quindi recito, mentre dentro di me si alternano insicurezza (non valgo molto) e sindrome dell’impostora (sono talmente “altra” da te che non risponderò mai ai tuoi parametri). Questo mix letale è stato alla base della mia endemica cupezza e del mio felice isolamento adolescenziale.

Su uno dei suoi più grandi flop della carriera (la piéce teatrale The Lake) Katherine Hepburn scrive: Ho imparato moltissimo. La prossima volta nessuno si accorgerà di quanto sia terrorizzata. La mano sul registratore di cassa sarà solida e ferma come una roccia. Quando la nave affonda il Capitano affonda con essa. Ma non chiede aiuto ad alta voce. Affonda piano piano facendo del suo meglio.

Giusto per capire con che razza di parte autorizzata io mi confronti.

Lella Costa invece rileggendo una poesia di Silvia Plath (La Lunga Attesa dell’Angelo) dice: Ho pensato che ci potesse essere una storia, un percorso, un filo che conduce dai magoni ai miracoli, passando per i trucchi di radianza, le lacrime agli occhi, la visuale un po’ appannata, i fuochi fatui, le gibigianne… Forse tutto questo si può chiamare miracolo, perché avvengono, i miracoli. Se siamo disposti a chiamarli miracoli.

Giusto per capire con che razza di parte non-autirozzata io mi confronti. E di come sia difficile capirla, perché non si esprime mai in maniera così aulica (ché sarebbe troppo facile) ma in genere con espedienti infantili e esperienziali che non sembrano mai adatti ad essere compresi all’esterno.

Finché non mi sposto.

Mi viene in mente una scena del film Io e Annie in cui Alvy Singer SPIEGA a Annie come la Plath sia “una poetessa interessante il cui tragico suicidio viene erronemente letto come romantico nella mentalità tipica della studentessa di college“. E lei risponde “Oh non so, alcune delle sue poesie mi sembrano così interessanti”. Annie, gli risponde così, senza conflitto, affondando con la nave che portava la poesia e facendo del suo meglio. E io la sento molto sorella, e dunque pari, in questa sua sottomissione senza rumore, di quella che non si da’ neppure la pena di ribattere.

Ma la rabbia e la tristezza me la elimina solo questa frase, evidentemente dispari e con valore materno: “Ovviamente siete liberi di non essere d’accordo con noi, però in fatto di miracoli e trucchi di radianza , per dimostrare che avete ragione, i casi sono due: o riuscite a mettervi a volare qui davanti a tutti o forse è meglio che ci pensiate su per un po’” (Lella Costa –  Magoni).

 

Oh Congresswoman!

La mia donna bella di questo periodo è Alexandria Ocasio-Cortez e di lei mi piace moltissimo quel suo rossetto mat vermiglio che le sta benissimo in contasto con la sua carnagione bruna.

Mi piace il suo rossetto perché per me è simbolico della sua capacità di essere aderente a se’, e anche molto a suo agio, mentre agisce in un territorio da sempre declinato al maschile dove i completi grigi sono sempre apparsi come l’unico paradigma con cui  confrontarsi. Adesso che ci penso, una volta mi fu chiesto – stavo parlando della mio atavico timore quando devo pensare velocemente in udienza – come mi figuro questa paura. Me la figuravo come un uomo anziano vestito di grigio, che scuoteva la testa e pensava: non c’è nulla di più lontano da me della tua persona. Evidentemente non avevo ancora visto il rossetto della Ocasio-Cortez e quindi non potevo rispondergli: sì ma anche tu sei ben lontano dalla mia persona. 

Ocasio-Cortez si siede pacifica, centrata, seria, col suo rossetto (No need to Hurry. No need to sparkle. No need to be anybody but oneself ) e mette in una difficoltà – che tanto sarebbe piaciuta alla servetta di Talete – tutta una serie di uomini ponendogli domande talmente lineari da rendere ancora più mortifcante la loro incapacità di rispondere. L’altro giorno, francamente, Zuckenberg sembrava scemo.

Ma ciò che mi colpisce – al di là della gravità dei comportamenti della white man supremacy che lei ci svela – è che il suo estremo agio e postura naturalmente autorevole pongono le sue controparti, che pure hannno dalla loro tutti crismi connessi a posizioni di potere ben radicate, in una situazione di inferiorità esplicitata in curiosi comportamenti. Gli uomini balbettano, si ripetono, accampano scuse (adesso non ricordo tutte le cose che ha elencato e così su due piedi non so rispondere) oppure si rifugiano in un mainsplaining al limite del ridicolo (beh dire le bugie non va mai bene, risponde Zuckemberg alla domanda ma la piattaforma di Facebook può essere usata per veicolare dati falsi?). Per una volta, sono loro quelli a disagio ed è un disagio assai simile al mio quando mi appare il signore anziano vestito di grigio. Non importa quanto so perché tanto non lo so più dire: l’altro è troppo più solido e lo è essendo semplicemente se stesso. Mentre io sento che devo essere qualcosa di diverso e che non mi riesce. La lotta non è dispari è IMPARI.

Poiché non intendo fare agli avversari della Ocasio-Cortez l’affronto (né dare loro questo facile alibi!) di ritenerli inferiori o meno convinti della supremazia della loro elite alla quale restano tenacemente aggrappati (e non sarà certo una figuraccia in mondovisione a cambiare il loro obiettivo), non mi resta che riconnettere i loro balbettii al fatto di trovarsi di fronte alla rara vista – gliene do’ atto – di una donna a suo agio, autorevole e non autoritaria, che li mette in difficoltà non per la astratta posizione che ricopre ma per la sostanza delle sue parole, che li mette in discussione nel qui e ora esperienziale dell’interrogazione parlamentare.

Che AOC riesca a cambiare il mondo non lo so e posso dire che non lo ritengo più neanche tanto importante, di per se’. Quello che so che sulle sue spalle ci possiamo salire tutte: in un’udienza, in un colloquio, in un discorso, in un’interrogazione parlamentare, in una situazione di disagio qualsiasi. Ovviamente col rossetto e quindi in aderenza a noi.

E se per voi va bene, come dice lei, That’s all right I’ll move on.

 

Managing partner

Tutto è cominciato quando mia nipote (anni 24) mi ha consigliato di guardare una serie tv americana ambientata nel mondo degli avvocati. Francamente la cosa non cominciava sotto i migliori auspici essendo notoria la differenza di gusti fra me e mia nipote, la differenza di età, il fatto che la serie fosse ambientata fra gli Yankee, per di più nel mondo del diritto (non se ne può più dei serial legulei, anche perché poi il pubblico di queste cose diventa tuo cliente e ti chiede se deve chiamare il giudice Vostro Onore, giuro a me è successo) e per di più in uno studio legale figo dove tutte le porte degli uffici sono a vetri (irritante atteggiamento da nouveaux riches, non trovate?).

Quindi ho cominciato a guardare la prima puntata mentre stiravo, ostentando tutta la mia sfiducia tramite il contemporaneo uso dell’asse e del ferro da stiro. Come a dire: cari i miei yankee lawyers, la vera avvocatA italianaA deve anche sapere stirare con l’assA sennò viene sepolta dai panni suoi e dei familiari (segue occhiata di disprezzo agli americani).

E invece mi sono trovata immersa nelle vicende di uno studio legale che, per cominciare, non si occupa di diritto penale ma di diritto civile , il quale – anche se io detesto la common law – è troppo più connesso con la vita di tutti noi, troppo più interessante psicologicamente, troppo più legato a filo doppio con l’emotività di chi lo pratica. Con buona pace del concetto di “reasonable doubt” , dell’appellativo di “vostro onore” e del classico “obiezione!”che ci rifilano i film americani.

A questo punto sono successe due cose speciali (e il numero non è casuale).

La prima è che i personaggi di questa serie – ovviamente tagliati con l’accetta, spesso manichei fino a morirne, con in bocca solo frasi ad effetto ed uscite di scena favolose, belli in maniera irreale e irritante – ho ri-trovato (ma anche senza ri) un po’ di motivazione nello svolgere il mio diversissimo e pure simile lavoro.

La Rottermeier, quando gliel’ho detto la prima volta, prima è svenuta, poi ha minacciato la mia radiazione dall’albo delle “avvocate sottomesse alla Rottermeier”, poi ha ruggito. Ultimamente scuote soltanto la testa.

Eppure.

Eppure, per ragioni di copione, questi avvocati sbagliano un sacco: così altri avvocati (a volte anche loro stessi, dopo essersi redenti) possono rimediare all’errore ed uscirne più splendenti che mai. Ignorate il fatto che ne escono splendenti (sì, sì, vabbé): hanno rimediato all’errore e, ancor più, hanno mostrato l’errore è parte integrante del loro agire! E se l’errore lo puoi fare there (New York), l’errore lo puoi fare anywhere per dirla con la canzone.

C’è un’avvocata che continua bocciare all’esame di stato perché se la fa sotto e sbaglia sempre il test e che non viene ammessa alla Harvard Law School. Ignorate la ristrettezza mentale del mettere una sola scuola sul piedistallo (sì, sì vabbé): il tema dell’inadeguatezza (anche solo percepita) è lì davanti a voi.

Ci sono avvocati che sprecano tutto il loro tempo e le loro energie in un lavoro che li massacra, immolandosi ad una competitività non sempre premiante a scapito di affetti e interessi più profondi. Ignorate che poi molti desideri  per i protagonisti si avverano e che le coppie predestinate alla fine si uniscono (sì, sì, vabbé): il tema del tempo perduto, della possibilità di donargli senso a posteriori e riabilitarlo c’è e io lo sento in tutta la sua potenza.

C’è la capa suprema dello studio che è una donna, giovane, nera e sprizza autorevolezza da tutti i pori: anche quando sbaglia, anche quando dubita, anche quando perde. Ignorate che è bellissima anche dopo una nottata in ufficio e il rossetto ne le si sbava mai (sì, sì, vabbè): la difficoltà dell’essere donna al vertice, del poter tenere tutto insieme, del desiderio di essere contemporaneamente leader e parte del team me la rende dispari e pure un po’ madre.

La seconda cosa speciale che è successa è che tutto quello che ho appena scritto è vero solo perché questa serie la guardiamo in due. Quasi da subito.

Due è il numero è quello che ribalta la prospettiva, attiva segmenti, suggerisce spunti, amplia prospettive, da’ valore a fatui innamoramenti adolescenziali, raddrizza schiene, spiana i segni (mentali) del tempo, in un cerchio quasi magico che a un certo punto, quando meno te lo aspetti, trascende il punto di partenza che diventa solo una magnifica occasione per qualcosa di molto più grande.

Due è ciò che mette in minoranza le Rottermeier dei singoli uno, che è daltonico rispetto ai colori della serie A e della serie B, che è potente madeleine di sensazioni che l’ordine dato vuole sepolte insieme alla parte giovane e stupida dell’uno, che è interlocutore colto che consente conversazioni che consolano l’anima di chi ha già un bel po’ di strada alle spalle.

La due si riconoscerà in queste righe che dedico tutte a lei ma il guadagno di questo periodo è globale. Con mia nipote abbiamo semplicemente discusso su quale dei due protagonisti sia più bello: ovviamente la nostra risposta è stata diversa ma mai conversazione così prosaica e concreta ha nascosto molto di più.

Il fattore H

I personaggi immaginari sono molto importanti per me. Sono i protagonisti e le protagoniste dei libri e dei film che hanno segnato la mia vita e vivono di vita propria nella mia testa proprio come in quella dei loro creatori e inventori.

I personaggi immaginari a volte escono dal loro ambiente originario (escono dallo schermo o dal libro proprio come il protagonista della Rosa Purpurea del Cairo) e entrano nei miei sogni (spesso a occhi ben aperti) portandosi il loro bagaglio originario e mischiandolo a volte con quello mio personale, a volte con la storia del loro autore o del loro interprete (quando vengono da un film) in un calderone allegro e colorato in cui si sembrano trovarsi a proprio agio.

I personaggi immaginari sono ottimi compagni di viaggio, compaiono solo quando evocati, sono vecchi e modernissimi, ti sostengono ma ti mostrano anche  altre strade con la loro diversità, alcuni cambiano, altri restano e ce ne sono sempre di nuovi.

I personaggi immaginari a volte sono molto meglio delle persone reali, ma non sempre. Come dice Bridget Jones a proposito di Mr. Darcy, questo fatto di essere immaginario non è un dettaglio su cui, dopo tutto, si possa sorvolare facilmente.

La Rottermeir ha tutto un suo personale elenco di personaggi di serie A (letterari e molto british) e personaggi di serie B (di film o serie TV o da chick lit come la nostra Bridget) di cui non ama molto che si sappia in giro. Ovviamente i secondi sono in genere molto più divertenti (anche solo per far dispetto alla R) ma non è detto. In realtà ogni distinzione è fuorviante: fanno tutti parte di me.

Come dice Amanda Price  (che mi è madre in tutto ciò) in Lost in Austen: “I’m not hung up about Darcy. I do not sit at home with the pause button on Colin Firth in clingy pants, okay? I love the love story. I love Elizabeth. I love the manners and language and the courtesy. It’s become part of who I am and what I want. I’m saying that I have standards“.

L’ultima parte è una balla: standard non ce ne sono. Lo diciamo per non sembrare (ancora più) pazze. Ci sono solo personaggi da cui, per un certo periodo di tempo (a volte per sempre) non vogliamo separarci e loro non voglio separarsi da noi. E se ci volete, dovete prenderli tutti.

Senza, non valiamo nemmeno la metà,  ve lo assicuro.

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L’Aise Breizh

Gli avvocati non mai vanno in ferie perché – e gli avvocati amano ribadirlo – le ferie sono sono quelle retribuite. Gli avvocati vanno in vacanza. Se la prendono la vacanza e ne rispondono: verso i giudici (che spesso amano sciogliere riserve annose proprio ad agosto), verso i clienti (“è già in ferie?”) e verso se stessi (se non stacco muoio, mi dico ogni anno).

La vacanza di quest’anno è stata bella come da anni non succedeva (nemmeno quelli dispari che, chi mi conosce, sa che sono quelli del mio cuore), è stata varia e piena di vento, di cieli, di oceano, di burro, di strada, di bici, di favolosi menhir e di noi quattro.

La vacanza è stata anche qualche mail, due riserve sciolte e una notifica telematica. Ma il lupo postino che di solito mi recapita questi messaggi doveva essere in ferie oppure si è scordato di essere pauroso e gli incombenti sono stati svolti con leggerezza d’animo. La perla della leggerezza è molto rara e mi riempie di gratitudine.

In vacanza è anche successo un quarantotto che sono i miei anni, quest’anno rivoluzionari come i moti e altrettanto confusionari, sparpagliati ed emotivi. Anche nel mio caso c’era un fermento sotterraneo e carbonaro che covava da anni. E non ci sarà restaurazione, che si sappia.

La vacanza è stata piena di una meravigliosa chat con un’altra farfalla dove si è parlato – grazie alla capacità di spaziare tipica di due ex bruchesse – di studi legali lontanissimi e impossibili, di amori vecchi e nuovi e, in generale, di tutte quelle cose che assumono importanza e diventano colorate solo se si è in due.

La vacanza è stato tornare prima del solito nella città calda e solitaria ma con l’energia di un posto nuovo dove iniziare tutto un’altra volta.

Mentre ero in vacanza se ne è andata Toni Morrison. Ha detto (per cose ben più alte di me): “Freeing yoursel was one thing, claiming ownership of that freed self was another”. Per rivendicare questo diritto di proprietà mi sa che mi ci vuole proprio un’avvocatA.

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La E

Sono stati mesi di lacrime e sangue.

Ho iniziato a dicembre facendo due conti e il risultato dava zero. Uno zero umiliante e totale.

E’ ricominciata la paura dell’errore. Ma sono viva e posso sbagliare. E allora sono comparse le farfalle color di zolfo e i segmenti piccoli e significanti con tutte le madri del mio percorso, tanto arduo e tanto potente.

Il corso sul corpo. Cosa mi piace fare col corpo? Thinking is my fighting.

E tanti pianti e tante lacrime. Domande a caso, frutto del bisogno. Il bisogno lo può soddisfare chiunque, il desiderio solo chi prendiamo come riferimento.

Poi la decisione di cambiare, di trasferire altrove mente e corpo. In quest’ordine.

E poi la soglia. La danza antica di spostare il peso di qua e di la’, che ho disimparato e che mi fa paura. La deficientina imparata teme la bambina indomata.

Le gocce. Che hanno innaffiato questi mesi, che non volevo e ho bevuto obbediente. Non ero sola, ma non lo vedevo.

Il rito del passaggio. La bacchetta magica di felicità. Altro corso, altro percorso.

La scoperta del mio mestiere. “Ci credo che nessuno vuole una come te che odia il suo lavoro!” Che ceffone! Allora provo a risignificarlo, questo maledetto mestiere

Il trasloco con la febbre. La stanchezza e l’eccitazione. La stanza piccola e colma di cose. Sempre ancillare a quella del collega. Ma operativa, viva, un centro di comando. Mia.

Ma di nuovo la paura di non essere abbastanza. Di non essere vista. Metto la A di avvocata. Ma sbatacchio. Faccio un piccolo investimento.

E allora STOP. La Rottermeier si riavvia lo chignon. Alza la mano e fa alcune domande.

Quanto investirai ancora delle tue energie, del tuo tempo, del tuo denaro? E se investi troppo e sarai delusa? E quando lo saprai? Chi definirà il momento in cui potrai trarre le fila e fare bilanci? Stai quasi certamente sbagliando (questa è un’affermazione sottesa alle domande)

Ma  io ribatto. Sono stanca e accaldata, ma ribatto e dico: e se, cara la mia signorina R., e se il bilancio finale non ci fosse mai, ma ci fosse solo un uccello da guardare dall’alto? E se non contasse il punto ma percorso? E se gli errori facessero di me quella che sono e  senza errori fossi incompleta?

La Rottermeier non sa cosa dire. E non è tanto che non lo sa. E’ che per la prima volta le viene il DUBBIO di avere torto. Perché io non le sto parlando da sola, ma sulle spalle di tutte le madri di quesi mesi. E tutte queste donne le piacciono, imperfette come sono. Sono attraenti nella loro imperfezione e oltretutto non le paiono cattive ma anzi – possibile? – sono pronte a pettinarle con dolcezza quei vecchi capelli color topo.

La Rottermeier sospende il giudizio, sosta. Sa che può sbagliare. E che, nel caso, non succede proprio nulla. Il segreto è tutto in quella E.