Questo pomeriggio ho nuovamente misurato (se ce ne fosse ancora bisogno) il valore che viene dato dalle persone comuni al mio lavoro.
Un cliente (neutro universale) dopo aver richiesto un appuntamento nel quale ha esposto per un’ora tutta la problematica sulla quale richiedeva, prima, un parere professionale e, dopo, la redazione di una lettera da inviare alla controparte, si è mostrato incredulo alla richiesta economica rivoltagli per la prestazione dell’opera intellettuale. E non era tanto incredulo per la quantificazione della domanda (anche se ovviamente quello è poi il motivo addotto per sottrarsi al pagamento) quanto proprio al fatto che gli venisse rivolta una simile richiesta. Per una lettera?
Ho già sperimentato, in quasi vent’anni di professione, tutte le emozioni provocate da questa frase e dalla successiva inevitabile spiegazione da parte mia al cliente della quantità e qualità del lavoro sotteso alla mia prestazione professionale. Le conosco tutte le emozioni: la rabbia, il disgusto, il rifiuto, la tristezza, lo sfinimento. Queste emozioni non mi interessano più. Il cliente adesso viene accompagnato alla porta con il migliore dei sorrisi.
Tuttavia io misuro. Misuro con un metro che non è il mio, misuro tenendomi distante, misuro tenendomi stretta la mia dignità. Va bene tutto. Ma devo misurare. E qualunque sia l’unità di misura utilizzata questa non può che avere il valore algebrico di zero. Zero come quello che ho guadagnato perdendo un’ora del mio tempo, organizzando il mio tempo per l’appuntamento, svolgendo per lo stesso una serie di piccole operazioni minori (aprire un fascicolo, fare alcune fotocopie, alcune telefonate). Zero come mi sento.
Zero.