Voglio essere autentica

Mi sono svegliata nel 2019 in un mondo che non conosco più, di cui non ho coordinate, che mi è estraneo totalmente. Sono assolutamente sperduta e mi aggrappo a questo essere sperduta perché non può che essere l’inizio di qualcosa.

Bisogna essere sconfitte prima di assaporare la vittoria, bisogna esspere spente prima di accendersi, bisogna essere autentiche e non accontentarsi della libertà. Bisogna non guadagnare nulla per capire il valore del lavoro. Bisogna essere state sole per capire il valore della relazione.

Sto sperimentando tutta la difficoltà, la durezza, la ferocia, di un lavoro che mi si sbriciola fra le mani. O forse si sbriciola il mio vecchio modo di guardarlo. O forse è troppo grigio fuori della mia finestra e io non sposto l’elefante.

Ieri mi sono sentita avvocata perché una donna ha detto che mi avrebbe pensato in una certa circostanza come tale. Ma la mia parte vecchia si ribella e resiste e dice che non è abbastanza. Mi devo definire e ho paura.

Sento il bisogno di un abbraccio, sempre, e corro il rischio di chiederlo.

Piccola E significante

Oggi ho parlato con una piccola imprenditrice (di settore totalmente diverso dal mio) e insieme abbiamo trovato una serie di comunanze e similitudini nei problemi da affrontare nella realtà lavorativa di tutti i giorni. Problemi economici e non.

Ma la piccola (piccolissima) imprenditrice brillava di una forza e di una determinazione che mi hanno illuminato. E mentre la ascoltavo pensavo, anche io come lei! In totale opposizione al sentimento di misoginia femminile che spesso anima i rapporti fra donne diverse.

Io invece oggi ho sentito tutta la signoria e disparità di questa donna. E mi sono spostata capendo improvvisamente quello che ieri un’altra donna mi aveva scritto a fronte della mia (solita!) lamentela che sono piccola e insignificante. Vorrai dire piccola e significante! – aveva detto.

Ma solo stamani l’imprenditrice mi ha mostrato la E che pure avevo davanti al naso. L’imprenditrice ha smesso di essere piccola ai miei occhi e io ho significato molto di più.

Zero

Questo pomeriggio ho nuovamente misurato (se ce ne fosse ancora bisogno) il valore che viene dato dalle persone comuni al mio lavoro.

Un cliente (neutro universale) dopo aver richiesto un appuntamento nel quale ha esposto per un’ora tutta la problematica sulla quale richiedeva, prima, un parere professionale e, dopo, la redazione di una lettera da inviare alla controparte, si è mostrato incredulo alla richiesta economica rivoltagli per la prestazione dell’opera intellettuale. E non era tanto incredulo per la quantificazione della domanda (anche se ovviamente quello è poi il motivo addotto per sottrarsi al pagamento) quanto proprio al fatto che gli venisse rivolta una simile richiesta. Per una lettera?

Ho già sperimentato, in quasi vent’anni di professione, tutte le emozioni provocate da questa frase e dalla successiva inevitabile spiegazione da parte mia al cliente della quantità e qualità del lavoro sotteso alla mia prestazione professionale. Le conosco tutte le emozioni: la rabbia, il disgusto, il rifiuto, la tristezza, lo sfinimento. Queste emozioni non mi interessano più. Il cliente adesso viene accompagnato alla porta con il migliore dei sorrisi.

Tuttavia io misuro. Misuro con un metro che non è il mio, misuro tenendomi distante, misuro tenendomi stretta la mia dignità. Va bene tutto. Ma devo misurare. E qualunque sia l’unità di misura utilizzata questa non può che avere il valore algebrico di zero. Zero come quello che ho guadagnato perdendo un’ora del mio tempo, organizzando il mio tempo per l’appuntamento, svolgendo per lo stesso una serie di piccole operazioni minori (aprire un fascicolo, fare alcune fotocopie, alcune telefonate). Zero come mi sento.

Zero.

 

 

 

Non voglio

Non voglio più lavorare tanto e non guadagnare niente. Non voglio più che mi venga detto che devo dare valore a me stessa e poi mi si ricordi che per tenere un cliente si deve essere disposti ad ogni sacrificio perché altrimenti lo si perde.

Non voglio più che la mia professionalità sia messa in discussione da clienti ignoranti che sfogano su di me le frustrazioni che non riescono a sfogarsi sulle vere controparti.

Non voglio più cercare di armonizzare gli orari di lavoro con quelli di casa e sentirmi manchevole sotto entrambi i profili. Non voglio più che la giornata lavorativa duri 12 ore perché è inumano e in qualsiasi altra professione sarebbe considerato sfruttamento se poi il ricavo della giornata è, al netto delle spese, pressoché zero.

Non voglio più che i clienti inizino la conversazione con “devo chiederle un favore” e con “l’ho cercata stamani e non era in studio”, non voglio che impongano una strategia e poi si nascondano dietro “me lo devo dire lei cosa fare”. Non voglio che trovino scuse per ritardare il pagamento, per pagare meno, per rendere venale e bieca quella che è semplicemente la richiesta di una controprestazione per il servizio offerto loro .

Non voglio più che il mio socio commenti il mio approccio con i clienti come si ci fosse un modo giusto di rapportarsi con loro (il suo) ed uno perennemente errato (il mio).

Non voglio più sentirmi in colpa perché penso quello che ho appena scritto, come se questo fosse sinonimo di una professionista che non è all’altezza, o che si lamenta sempre o che non è in grado di prendere la sua vita in mano.

Non voglio più che si pensi a questo mio mestiere come un lavoro da privilegiati che si fanno ricchi con i guai altrui, quando è spesso solo lacrime e sangue e tante umiliazioni.

Non voglio più essere tanto stanca.

So cosa non voglio ma non sono cosa voglio e faccio un atto di fede perché questo sia un punto di partenza e non una cocente sconfitta.

 

Unghie

Screenshot_2018-12-20 Nettare D'uva Elena Buti ( nettareduva) • Foto e video di Instagram

Stasera ho fatto tenerezza (o pietà) anche alla mia estetista che ha detto che la mia espressione tradiva infelicità e stanchezza e che – per forza! – dovevo farmi fare queste unghie natalizie.

Non ho avuto la forza di oppormi anche se: 1) questi colori non mi rappresentano neppure quando sono al massimo della felicità; 2) lo smalto non arriverà mai integro fino a Natale; 3) non ho voglia, io sono tutto meno che queste unghie.

Come dice Virginia: “Ma in che cosa perdevano tempo le nostre madri, queste madri che non ci avevano lasciato un soldo? A guardare le vetrine dei negozi? A pavoneggiarsi sotto il cielo di Montecarlo? (…) Accumulare una fortuna e mettere al mondo tredici figli: non c’è un essere umano che possa sopportarlo”.

Ecco a quelle madri non è toccato neppure un po’ di smalto rosso in un grigia giornata di Dicembre. E quindi questo è per loro da parte di una figlia venuta molto dopo che la fatica di quelle madri la sente e la sopporta tutta.