Se il fatto che io c’ero, lì accanto

Oggi mi sono guardata mentre ascolto gli altri mentre mi dicono che cosa fare, che cosa è meglio per me.

E’ meglio che tu mangi più frutta, che vada in bicicletta, che sia meno scorbutica, meno prigioniera del tuo passato, più a tuo agio con gli altri, più conscia del tuo valore, che impari a chiedere, che impari a contare su te stessa, che tu sia di esempio per i figli, che tu sia più tenace ma aperta al cambiamento, precisa ma non pedante, ottimista ma non cieca, che tu lavori meno, che tu lavori meglio e diversamente, che tu cambi lavoro, che tu capisca cosa vuoi.

Mi sono guardata e la mia postura era seduta. Seduta in silenzio e per questo gli altri si sentono in diritto di parlare. Seduta sorridente e per questo gli altri credono che quello che dicono non mi ferisca. Seduta tranquilla e per questo gli altri pensano che se mi alzo vuol dire che perdo il controllo. Seduta e basta e per questo gli altri sono certi che, anche se si voltano, poi mi ritroveranno lì prigioniera dell’amore o dell’affetto o del rispetto che ho per loro.

Mi sono vista e quindi non sono stata più seduta. Mi sono presa per mano e mi sono fatta alzare perché non so più “se il fatto che io c’ero, lì accanto, avesse un qualunque significato per J, per K e per il restante alfabeto”.

Grazie Signora Zymborska.

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Zero

Questo pomeriggio ho nuovamente misurato (se ce ne fosse ancora bisogno) il valore che viene dato dalle persone comuni al mio lavoro.

Un cliente (neutro universale) dopo aver richiesto un appuntamento nel quale ha esposto per un’ora tutta la problematica sulla quale richiedeva, prima, un parere professionale e, dopo, la redazione di una lettera da inviare alla controparte, si è mostrato incredulo alla richiesta economica rivoltagli per la prestazione dell’opera intellettuale. E non era tanto incredulo per la quantificazione della domanda (anche se ovviamente quello è poi il motivo addotto per sottrarsi al pagamento) quanto proprio al fatto che gli venisse rivolta una simile richiesta. Per una lettera?

Ho già sperimentato, in quasi vent’anni di professione, tutte le emozioni provocate da questa frase e dalla successiva inevitabile spiegazione da parte mia al cliente della quantità e qualità del lavoro sotteso alla mia prestazione professionale. Le conosco tutte le emozioni: la rabbia, il disgusto, il rifiuto, la tristezza, lo sfinimento. Queste emozioni non mi interessano più. Il cliente adesso viene accompagnato alla porta con il migliore dei sorrisi.

Tuttavia io misuro. Misuro con un metro che non è il mio, misuro tenendomi distante, misuro tenendomi stretta la mia dignità. Va bene tutto. Ma devo misurare. E qualunque sia l’unità di misura utilizzata questa non può che avere il valore algebrico di zero. Zero come quello che ho guadagnato perdendo un’ora del mio tempo, organizzando il mio tempo per l’appuntamento, svolgendo per lo stesso una serie di piccole operazioni minori (aprire un fascicolo, fare alcune fotocopie, alcune telefonate). Zero come mi sento.

Zero.

 

 

 

Non voglio

Non voglio più lavorare tanto e non guadagnare niente. Non voglio più che mi venga detto che devo dare valore a me stessa e poi mi si ricordi che per tenere un cliente si deve essere disposti ad ogni sacrificio perché altrimenti lo si perde.

Non voglio più che la mia professionalità sia messa in discussione da clienti ignoranti che sfogano su di me le frustrazioni che non riescono a sfogarsi sulle vere controparti.

Non voglio più cercare di armonizzare gli orari di lavoro con quelli di casa e sentirmi manchevole sotto entrambi i profili. Non voglio più che la giornata lavorativa duri 12 ore perché è inumano e in qualsiasi altra professione sarebbe considerato sfruttamento se poi il ricavo della giornata è, al netto delle spese, pressoché zero.

Non voglio più che i clienti inizino la conversazione con “devo chiederle un favore” e con “l’ho cercata stamani e non era in studio”, non voglio che impongano una strategia e poi si nascondano dietro “me lo devo dire lei cosa fare”. Non voglio che trovino scuse per ritardare il pagamento, per pagare meno, per rendere venale e bieca quella che è semplicemente la richiesta di una controprestazione per il servizio offerto loro .

Non voglio più che il mio socio commenti il mio approccio con i clienti come si ci fosse un modo giusto di rapportarsi con loro (il suo) ed uno perennemente errato (il mio).

Non voglio più sentirmi in colpa perché penso quello che ho appena scritto, come se questo fosse sinonimo di una professionista che non è all’altezza, o che si lamenta sempre o che non è in grado di prendere la sua vita in mano.

Non voglio più che si pensi a questo mio mestiere come un lavoro da privilegiati che si fanno ricchi con i guai altrui, quando è spesso solo lacrime e sangue e tante umiliazioni.

Non voglio più essere tanto stanca.

So cosa non voglio ma non sono cosa voglio e faccio un atto di fede perché questo sia un punto di partenza e non una cocente sconfitta.

 

La Duchessa di Bloomsbury Street

Recentemente mi è stata fatta la domanda, sulle prime un po’ allarmante in verità, di cosa mi piace fare con il mio corpo.

Ebbene una cosa che mi piace fare è risalire dalle profondità della metropolitana e trovarmi in un qualsiasi punto di Londra. Meglio ancora se risalgo in superficie dalla Piccadilly Line alla fermata di Russell Square e salgo a piedi i 175 della scala a chiocciola (detesto gli ascensori). Arrivo in cima trafelata e ansimante ma il respiro del mio corpo è perfetto e la mia postura, per una volta, rispecchia il mio totale agio. Sono sempre ripagata dall’aria frizzante della città, dal cielo invariabilmente grigio e dal fatto di essere in pieno Bloomsbury. Tutte le volte non me ne capacito: quel luogo esiste veramente e io ci sono dentro!

Fino a poco tempo fa non lo sapevo, ma ho scoperto di essere stata autorizzata ad arrivare in Russell Square accesa di una luce interna da una donna assai bella che si chiama Helene Hanff. Nel suo libro-diario “La Duchessa di Bloomsbury Street” al giorno Venerdì 18 Giugno (1971!) la Hanff scrive: ” Stamani ho percorso a piedi Great Russell Street lasciando vagare lo sguardo sulle strade che vi si affacciavano. Di lato, ho notato una piccola piazza semi nascosta con un giardino nel mezzo che si chiama Bedford Square. Anche ai lati del giardino c’erano le stesse case di mattoncini, tutte rigorosamente  in fila, anche se queste erano più belle e più curate delle altre. Mi sono seduta su una panchina e le ho guardate e, mentre lo facevo, mi sono resa conto di stare tremando. Eppure, non ero mai stata più felice. Ho desiserato di venire a Londra per tutta la vita. Al cinema cercavo sempre soltanto film inglesi soltanto per poter vedere le case che adesso mi trovavo davanti. Mentre fissavo lo schermo nel buio della sala il desiderio di poter un giorno camminare per quelle strade mi assaliva feroce come i morsi della fame. Talvolta, a casa la sera, mentre leggevo una qualsiasi descrizione di Londra di Hazlitt o di Leigh Hunt,  dovevo imporovvisamente posare il libro, sopraffatta da un’ondata di desiderio che assomigliava moltissimo alla nostalgia. Ho sempre voluto vedere Londra proprio come i vecchi vogliono rivedere un’ultima volta la loro casa natale prima di morire” . (La traduzione è mia, nessuno può pensare che io abbia questo libro in italiano vero?).

Helene ha allargato, per me, il campo del dicibile. Non solo posso dire, nella mia seconda lingua, che Londra è una città bellissima e che alcune zone e alcune strade hanno un loro fascino particolare, ma posso dire, nella mia lingua madre (anche se non proprio a tutti), che sedersi sua una panchina di Bloomsbury o guardare i mattoncini scuri delle case in fila dell’East End, o la selva di tetti che sporgono su alcune stradine di Soho, o le case bellissime di Chelsea sono cose mi rendono felice perchè lì ci sono tutta io, aderentissima a me, semplicemente autentica. E posso dire, come a un certo punto dice lei ad alta voce ma a un amico che non c’è più: “How about it? I finally made it”.

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Diversa!

Non esiste un giorno in cui, sul lavoro, io non mi senta diversa dai miei colleghi. Diversa da come pensano, da come agiscono, da come approcciano le questioni pratiche, le questioni teoriche, i rapporti con la clientela e, perfino, la deontologia connessa alla nostra professione.

Non lo rivendico con orgoglio, non lo dico con fierezza e neppure lo rilevo commiserandomi. Ma io sono assolutamente tutt’altro.

I comportamenti che io ritengo mostrino uno spirito collaborativo coi colleghi mi vengono indicati come chiare espressioni di debolezza da parte mia (“dovevi chiedere di più!”, ” gli hai dato anche troppo tempo!”), i comportamenti che io penso siano giustamente più rigidi mi vengono criticati come inutili manifestazioni di inflessibilità e di incapacità di giungere agli opportuni compromessi (“Non chiuderti a ogni concessione!”, “Devi saper transigere!”). Il socio con cui ricevo i clienti puntualmente, dopo ogni sessione, sottolinea la scompostezza del mio atteggiamento: mi sono troppo spazientita con Tizio, ma sono stata troppo morbida con Caio, mi sono dilungata troppo in spiegazioni non dovute, non ho centrato l’argomento principale, non ho chiesto un compenso adeguato e via così.

Ma anche quando mi trovo a parlare con colleghi e colleghe esterni la storia è la stessa:  li trovo sempre diversi da me, in possesso di un segreto per fare questo lavoro che a me non è stato rivelato, totalmente supini a tutti quei formalismi del diritto che a me mandano in bestia oppure completamente ribelli a regole che io trovo imprescindibili.

Io non so se questa mia sensazione di estraniamento, lungi dallo scomparire con l’età e l’esperienza, sia un bene (sono viva, esisto nella mia diversità) o un male (non sono all’altezza, non ho imparato le regole della professione), so solo che ostacola ogni senso di appartenenza alla comunità e mi fa sentire, ogni giorno della mia vita, un pesce fuor d’acqua.

Margaret Mead dice che il disagio segna la distanza tra dove sei e dove vorresti essere e che il disagio è il primo segno del desiderio. Quindi c’è qualcosa che desidero e un posto dove vorrei essere! E questo non può voler dire soltanto “voglio essere uguale agli altri” perché io non voglio essere come loro!

E va bene, tengo acceso il lanternino e cerco il posto in cui vorrei stare. Appena lo trovo mi avverto.

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(disegno di Anna Parini)

Santo cielo, non è eccezionale?

Sto leggendo la autobiografia di Michelle Obama con la quale, francamente, pensavo di non avere nulla in comune, tanto meno la sua originaria professione. Se è stata un’avvocata di successo e le è pure piaciuto non ha, evidentemente, nulla a che vedere con me, pensavo. E poi ho letto questo.

“C’è un problema fondamentale quando tieni tantissimo a quello che pensano gli altri. E’ un atteggiamento che ti può indirizzare lungo il percorso stabilito – il percorso del “Santo cielo, non è eccezionale?” – e fare in modo che ci resti per molto tempo. Magari ti impedisce di fare deviazioni, persino di prenderle in considerazione, perché quello che perderesti in termini di stima degli altri potrebbe sembrare eccessivo. Magari passi tre anni in Massachusetts a studiare diritto costituzionale e a discutere i meriti relativi degli accordi verticali di esclusiva di normativa antitrust. Per alcune persone può essere un argomento realmente interessante, ma per te non lo è. Magari, durante questi tre anni ti fai degli amici che amerai e rispetterai per sempre, persone che sembrano avere un’autentica vocazione per gli aridi grovigli della legge. Ma tu no, non ce l’hai. Tu non ti appassioni, eppure, in qualunque circostanza, continuerai a dare il massimo. Vivi, come sempre hai fatto, secondo il codice dello sforzo/risultato e continuerai a raggiungere i tuoi traguardi finché pensi di sapere le risposte a tutte le domande, inclusa la più importante: Sono brava abbastanza? Sì, lo sono davvero“. **

Beh, sì mi suona familiare (Il colore rosso è mio e serve infatti a segnalare il passaggio in cui mi identifico totalmente).

Ho tanto voluto nella mia vita l’approvazione degli altri – e non della mera approvazione ma proprio del “Non è Eccezionale?” – e, quando questa, com’era naturale, non è arrivata, l’ho sostituita col mantra del “Sono Brava Abbastanza?” svolgendo io stessa, in maniera autistica, i due ruoli della giudice e della parte giudicata.

Adesso che sono tanti anni che la risposta alle due domande, sul piano lavorativo e di soddifazione personale, è definitivamente no (ed un no bello pesante), mi sento da un lato liberata dalla necessità di conformarmi ad uno standard fasullo che non mi corrispondeva e, dall’altro, completamente persa perchè non ho un metro per misurare quello che ho fatto e ottenuto. Per questo vacillo e sono sempre arrabbiata. Mi cerco e non mi vedo più.

Michelle ha risolto cambiando lavoro (a un’altra età e in un altro Paese, va detto). Io non vedo altre prospettive che destreggiarmi al timone del mio piccolo studio, congratulandomi con me quando chiudo un mese in pari e non in perdita.

Santo cielo, non sono eccezionale?

** Il pezzo fra virgolette è tratto dal libro “Becoming”, autrice Michelle Obama, traduzione in italiano di Chicca Galli, Editrice Garzanti.

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Nebbia

La mia agenda Labodif, fra le tantissime citazioni che riporta, ne ha una che dice: “Ci sono cose che esistono anche se non sappiamo dirle. Esistono e sono un passo più in là di quello che conosciamo”.

Stamattina sono venuta in studio armata soltanto di quella testardaggine che mi contraddistingue e che, davvero, non so dire, né tanto meno spiegare. Il periodo natalizio giustificava ampiamente un giorno in più di vacanza, la stanchezza e una fastidiosa congiuntivite consigliavano ulteriore riposo, il morale raso terra per i risultati in termini economici dell’anno in corso legittimavano la mancanza di voglia di dedicarsi, proprio oggi, al lavoro.

Invece sono venuta, lasciando la casa calda e immersa nel sonno dei suoi occupanti e sono stata premiata da una piccola buona notizia lavorativa. Che mi ripaga, almeno un po’, di tanto sforzo e impegno (va bene, da soli non bastano, bisogna anche saper fare, lo so) profuso in una pratica che sto curando da più di un anno.

Ed è questo che non so dire. Che sono contenta, che mi sono sentita “vista” dal mio mondo lavorativo, che ho sentito di avere un posto proprio lì e che, qualche volta e per brevi momenti, ne vale la pena. E non per il risultato in se’, ma proprio per potersi sentire così. Né di più, né di meno, né meglio, né peggio, né più brava, né meno brava: così.

Non è cambiato assolutamente niente. Eppure questa cosa che non so dire da qualche parte evidentemente esiste, al di fuori di ciò che io riconosco e legittimo come importante per me. Per ora la lascio là, la guardo con occhio miope che non focalizza, la scruto con la curiosità di chi non capisce e ne accetto la presenza.

E mi pare già tanto.

Norham Castle, Sunrise c.1845 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851

 

 

R come Zorro

Ho voluto intitolare questo blog, nato fra le lacrime in una plumbea giornata di dicembre, Le Farfalle Color di Zolfo in omaggio alle foglie morte che Madre Virginia vede volteggiare davanti a se’ a Oxbridge nel famoso Ottobre del 1928.

Mi è sembrato un titolo evocativo di cose che non ci sono più, di occasioni perse, di opportunità sprecate ma anche di cose che avverranno, di rinascite, di piccoli segni di coraggio. E poi se chiudo gli occhi Oxbridge è un luogo che io vedo davvero: mi basta pochissimo per evocare l’Inghilterra che sta nella mia nella anima e poco importa se il posto non esiste. Il fruscio delle foglie lo sento quando voglio ed è bellissimo.

Ho creato il blog in 5 minuti, quasi in trance, lasciandomi per una volta trascinare dalla necessità di farlo, io che sono radicata nella realtà fino a morirne. Il blog è venuto da da se’, io gli ho solo aperto la porta. Per una volta non ho detto: no.

Dopodiché ovviamente ho realizzato che, nel trascrivere il nome del sito dal titolo, ho dimenticato una r. Quindi le farfalle sono colodizolfo, c’è poco da fare e la R si è persa nell’urgenza.

La mia migliore amica dice che la sua mamma chiama queste piccole assenze, queste imprecisioni, queste inesattezze, “il Segno di Zorro” come a dire il segno che lascia chi non ci mette mai la testa. Ecco, quando io metto il cuore non porto quasi mai con me la testa o la porto così, col naso all’insu’, Vispa Teresa. Per poi scontrarmi con la terribile guardiana della mia coscienza (amica del lupo che conosciamo) che mi tortura e insiste perché rifaccia da capo il blog col nome giusto trasferendo i contenuti. Che mi costa?

Mi costa, signora guardiana. Questa volta sto così, con la Vispa Teresa, le gentil farfallette gialle come lo zolfo ma prive di erre e perfino Zorro. Signora guardiana: questa sono io.

zolfo

Unghie

Screenshot_2018-12-20 Nettare D'uva Elena Buti ( nettareduva) • Foto e video di Instagram

Stasera ho fatto tenerezza (o pietà) anche alla mia estetista che ha detto che la mia espressione tradiva infelicità e stanchezza e che – per forza! – dovevo farmi fare queste unghie natalizie.

Non ho avuto la forza di oppormi anche se: 1) questi colori non mi rappresentano neppure quando sono al massimo della felicità; 2) lo smalto non arriverà mai integro fino a Natale; 3) non ho voglia, io sono tutto meno che queste unghie.

Come dice Virginia: “Ma in che cosa perdevano tempo le nostre madri, queste madri che non ci avevano lasciato un soldo? A guardare le vetrine dei negozi? A pavoneggiarsi sotto il cielo di Montecarlo? (…) Accumulare una fortuna e mettere al mondo tredici figli: non c’è un essere umano che possa sopportarlo”.

Ecco a quelle madri non è toccato neppure un po’ di smalto rosso in un grigia giornata di Dicembre. E quindi questo è per loro da parte di una figlia venuta molto dopo che la fatica di quelle madri la sente e la sopporta tutta.