CARA DIARIA, (2)

sorseggio il caffè mentre la primavera irrompe dalla finestra. Il silenzio è assordante.

Le emozioni vanno a ondate: speranza, frustrazione, impazienza, malumore, sfiducia, nervosismo, determinazione si alternano. Il tempo non è certamente più Kronos ma qualcosa di fluido, anzi viscoso.

Domani inizia un’altra settimana che ancora porta l’eco dei vecchi orari e impegni e invece andrà vissuta ora per ora e accettata per come viene. Ma senza demordere. Perché gli ossimori della vita, quelli non vengono mai meno.

Ogni tanto vacilla pericolosamente l’ingrediente fondamentale per affrontare domani: la curiosità. E allora cerco di ravvivarla come fosse una debole fiamma in un camino. Sii curiosa e sta a guardare, mi dico. Fatti sorprendere.

Domani si ricomincia, foss’anche dal divano. O forse no, sarà tutto uguale.

Devo trovare un parafuoco.

15.03.2020

Cara Diaria (1)

ebbene siamo qua, tutti insieme, prigionieri del corona virus.
Io non sono né libera DI uscire fuori come e quanto mi pare, né, a quanto pre, libera DA tutte le mie ansie (di cui anzi risuona l’eco fra le quattro pareti).

Perciò ti scrivo.
E ti racconto, via via che li annoto, gli adattamenti a questa strana routine.

Mio suocero è passato in bici sotto il balcone (tipo brigadiere che controlla i carcerati) e ci siamo parlati così, interrompendoci per il flash mob di applausi al personale ospedaliero previsto per le 12. Ha battuto le mani anche il mio quindicenne che in genere aborre ogni segno di tenerezza o di solidarietà emotiva. Se non è adattarsi questo.

Annoto l’incredibile silenzio della strada (si sentono gli uccellini e ieri un gufo dal parco di fronte a casa) ma anche l’incessante rumore di ferraglia del mio cervello che, al solito, si incarna in una me paurosa e rabbiosa.
E annoto che io non sono così, ma l’altro modo non lo so esprimere.

Mi accorgo che in realtà ho molti più contatti adesso con amici e colleghi di quanto non mi consenta la vita in condizioni normali. Mi accorgo della enorme diversità delle vite di tutti, delle storie personali e delle aspettative che mi vengono raccontate e preannunciate dal suono di una notifica del cellulare.

Vorrei fermare questo tempo sospeso e, contemporaneamente, farlo evaporare in un minuto. Lasciarmelo alle spalle, dimenticarlo.
Ma non si può. Il calendario ha un’altra scansione adesso: i giorni della settimana non hanno lo stesso valore di prima e il mese di Aprile è un mese straniero e non familiare. E chissà quando arriva.

Ad ogni modo, poiché quando scrivo non sono la solita me guardinga e arrabbiata, ti scriverò, cara diaria, e tu mi farai compagnia e noi ce la faremo a vicenda.

E Aprile arriverà.

(14.03.2020)

Scrivere

Scrivere per far ripartire il respiro. Scrivere per sopravvivere. Scrivere per far tacere la Rottermeier. Scrivere per rispondere alla domanda: se continuo e fallisco cosa succede? Scrivere per rispondere e dare un senso all’affermazione “il fallimento, Fra, non esiste”.

Scrivere per recuperare il principio di realtà e scrivere per saperlo abbandonare e poi tornarci di nuovo.

Scrivere per non aver paura di aver paura. Paura di essere come sono, voglio dire.

Scrivere per capire se posso allentare un attimo ma senza allentare troppo e capire chi lo stabilisce, chi lo giudica e che succede se viene giudicato.

Scrivere mentre si aspetta che le gocce facciano effetto.

Scrivere anche se detesto il mio eterno lamento e voglio uscire dalle crepe. Scrivere per sentire i polmoni allargarsi.

Scrivere per non cercare di fare tutto come prima ma ancora più in salita e voler spaccare in due questa asticella ma volerla anche superare e fare il tifo per me.

Scrivere per voler vivere.

Figurarsi il lupo

Figurarsi il lupo, adesso che la vita lavorativa è forzatamente rallentata, anzi quasi in stallo. Adesso che le ore sono lunghe e strampalate. Adesso che siamo tutti in casa con i nostri demoni che solitamente si frequentavano soltanto all’ora di cena ed in assonnati inizi di giornata.

Figurarsi il lupo, come se la ride dei decreti legge temporanei e urgenti che – lungi dal semplificare, chiarire ed ordinare la scadenza dei termini e delle incombenze legali in questo tempo di colera – si prestano invece alle più disparate interpretazioni e creano più confusione che mai.

Figurarsi il lupo, che conta i giorni da qui alla fine di marzo e sa che saranno percepiti come doppi, se non tripli e che non è detto che alla fine di Marzo sia cambiato qualcosa.

Figurarsi il lupo, che non vede l’ora di sbatacchiare la mia sedia, di ostacolare il mio cammino, di annebbiare ogni mia lucidità, di rendere dubbio ogni mio anelito di libertà, di limitare le mie aspirazioni di affermazione.

Figurarsi il lupo, che conosce solo il passato e solo quello vuole che io conosca, che aborre le novità e cerca di rendermi appetibili viete e dannose abitudini allettandomi con la falsa comodità della loro consuetudine.

Figurarsi il lupo, che mi tira la manica e mi frena e si domanda dove mai creda di scappare.

Il lupo si nutre beato del virus e non crede ai suoi occhi di poter scorrazzare anche oltre all’orario in cui normalmente è confinato. Il lupo è beato, è sicuro come colui che sa che l’avversario non ha armi.

Eppure ci sono delle crepe. Piccole crepe da cui fanno capolino piccole gramigne tenaci, abituate ad essere calpestate eppure in grado di sopravvivere al cemento che le comprime.

Coltivo in silenzio la malerba che è in me. La annaffio di nascosto mentre mi manca il respiro. Cerco di non pestarla come quando, da bambina, giocavo a schivare le righe del marciapiede. Mi ci riconosco e con essa mi sento (ri)conosciuta.

Sento tutta la atavica stanchezza della piccola sabotatrice e, per una volta, la accetto.

Dell’errore e di altri ostacoli.

“Il fallimento Fra, non esiste”, mi scrisse una volta una compagna di strada Labodif. Mi scrisse molto altro, ma questa frase mi è sempre rimasta, forse per via di quel Fra nel mezzo che mi chiama.

Il mio terrore del fallimento è atavico e irremovibile. Vale ad ampio spettro: fallimento generale, di percorso (avrei dovuto scegliere un altro lavoro, studiare diversamente, fare scelte mirate e non di comodo). Vale nel dettaglio: ho fatto un errore in un atto giudiziale (adesso perderò la causa e il cliente non avrà più fiducia in me e dovrò ripagare il danno). Perché, perché ho fatto quell’errore? Non lo sapevo? Non ci ho messo la testa? Sono stata superficiale?

No, non è una gran bella vita. E, come dice la canzone, it comes and goes in waves…

La cosa peggiore è che nessuno riesce a consolarmi, anche se cerco continue rassicurazioni. E questo sbalestra chi tenta di rassicurarmi: mi cerchi e poi non ti fidi? Mi dicono tutti. Ti cerco perché non posso fare altro, non mi fido perché non posso fare altro.

Labodif mi dice di cercare una che va nella direzione in cui vorrei andare io (anche in senso lato) e chiedere a lei. Io sul lavoro non ne vedo. Dice, va bene anche fuori dal lavoro, infatti mi attacco a “il fallimento non esiste, Fra” e al dottorale “hai tutto il tempo che ti serve”.

E così vado avanti, un passo alla volta. Ma sempre e comunque in salita, sempre facendo appello a tutte le mie forze che se ne scappano come pecore impaurite e che devo recuperare ogni volta, sempre lottando.

Questo spiega la costante stanchezza e la joie de vivre di questo blog 😀

Insomma stamani va così. Bevo il mio the della domenica mattina e cerco di raccogliere la motivazione di andare avanti. L’ometto fa il bagno: avrà voluto essere ometto-filtro del the o è qui per errore?

Pillole di stanchezza

La stanchezza sono le perenni montagne russe tra stati di umore: ce la faccio/ non ce la faccio. Tutto ha senso/non ha senso. Sono all’altezza/non lo sono. Sono in un percorso/ sono ferma.

La stanchezza è la ciclicità dei giorni, gli incombenti sempre diversi, i rischi, le sfide continue, i dolori, le gioie. Quello che io chiamo stanchezza è la vita e a volte mi dispiace per questo nome di comodo che do alla vita e che denota poca curiosità e invece tanta volontà di adeguarsi.

La stanchezza è il continuo guardarsi indietro e sentirsi non in mezzo ad percorso ma alla fine di un singolo segmento, isolato dagli altri, e quindi senza radici, inspiegabile ed inspiegato. E la valutazione del solo segmento è in genere deludente. E stancante.

La stanchezza è avere sempre molto sonno ma svegliarsi di notte, piena di sudore e impietosamente lucida per scoprire mancanza lavorative, scelte che avrei dovuto fare meglio, comportamenti che avrei dovuto tenere in maniera diversa.

La stanchezza è quella di non saper apprezzare quello che ho davanti, di vedere solo il peggio perché quello fa male, quello batte sulle ferite.

La stanchezza è la paura di essere un peso per gli altri, di ricevere e non dare.

La stanchezza è ricevere una mail con una frase molto bella da una collega che non conosco personalmente che ha spostato il mio sguardo sulla mattina e che mi ha fatto arrivare quasi alle lacrime. La devo tenere con me, stretta, tutto il giorno anche se lei non lo sa. Stamattina sono inciampata in una madre.

Lo devo dire subito alla mia stanchezza.

Piccolo (e personale) dizionario tascabile

A come Avvocata. La fatica di esserlo tutti i giorni e di sentirmi tale.

B come Babbo. Il mio babbo vive nei pensieri come non fosse mai successo niente. Litighiamo e ci parliamo come sempre (specie la sera quando torno a casa in motorino). Mi immagino come sarebbe bello se potessi fargli conoscere i miei figli.

C come Casa. Sono più di venti anni ormai che l’ho trovata.

D come Dubbio. E’ quello che mi assale quando studio. Più studio, più mi metto in discussione come professionista. Più studio, più i dubbi mi assalgono.

E come Ellissi. Il femminile ha come forma l’ellisse e quindi due fuochi. La distanza fra i fuochi consente alle relazioni di vivere.

F come Felicità. Quando mia figlia mi abbraccia perché l’ho consolata, quando ho uno sguardo complice e gli occhi che ridono insieme a mio figlio, quando mi regalano un mazzo di narcisi freschi.

G come Guadagno. La atavica paura della partita iva ed il sentire che non può essere tutto lì.

H come Hepburn. Kate, la mia bellissma parte domata. Irreprensibile, efficiente, bella da vedere ma con una dimensione femminile e materna

I come Islington. Che è un quartiere di Londra dove ho abitato e la dimostrazione di come volere è potere.

L come Labodif. La scuola più bella del mondo, l’unica che riesce a spostarmi.

M come Mamma, madre e Marinella. Io vengo da tutte loro.

N come Neutro Universale. Il finto neutro con cui mi misuro ogni giorno.

O come Oggettivamente. Il mio avverbio preferito. Il mio modo di non essere me stessa ma come ci si aspetta che io sia.

P come Paura. La mia costante compagna di viaggio, la mia vicina di tutte le notti, la mia croce e la fonte dei miei migliori successi.

R come Relazione. Cercare di andare al mondo attraverso al relazione di un’altra donna. Trovare l’altro polo rispetto alla semplice affermazione di se’.

S come Soddisfazione è quando riesco a scrivere un atto logico e consistente, chiaro e conciso. E’ quando contribuisco a tutelare un diritto.

T come Tempesta.  Che è la perenne condizione meteorologica della mia testa.

U come Unione. E la forza che fa.

V come Valore. Vorrei imparare a chiedere il riconoscimento del mio valore a quelle donne a cui io per prima lo riconosco. La mia vita è una ricerca di madri.

Z come Zarù.

Opposti

Quando il tavolo è stracolmo di fascicoli e lo stomaco si contrae al pensiero del lavoro che mi aspetta, per poi allargarsi per la contentezza di essermelo, ancora una volta, procurato, il lavoro.

Quando la paura di non sapere abbastanza su un argomento produce in me il desiderio di studiare. E più studio e più dubbi mi vengono e con essi torna la paura.

Quando il lavoro è fatto bene e non mi importa se sono pagata poco. Quando sono pagata poco e non riesco a trovare la forza per lavorare bene come vorrei.

Quando sono stanca di essere sempre stanca e l’elenco di cosa da fare è, contemporaneamente, una cintura di sicurezza e una sentenza di condanna a continuare a sentirmi sfinita.

Quando sento che sono dentro a un percorso e che nel percorso ci sono continui punti di svolta e sono curiosa. Quando questi punti mi sembrano disuniti e, se mi volto, non vedo un sentiero ma solo un incongruo cammino a zig zag.

Quando mi sento vista e quando mi sento dietro a un vetro e nessuno mi sente.

Quando mi apprezzo per il lavoro svolto, lo sforzo impieagto e il cuore messo nelle cose che faccio. Quando vorrei scappare e non impegnarmi in niente e vorrei andarmi bene anche così.

Quando guardo i miei figli e li vedo riuscire dove io fallisco e me ne prendo un po’ il merito. Quando li guardo e mi sembra di non avere nulla a che fare con i loro succcessi.

Quando dico che smetto di lottare e invece resto.

 

In gita

La mia scuola – essendo parecchio differente – ogni tanto ci porta in gita fra le colline più dolci di questo mondo, dove la natura ha colori pastello e il cielo è un morbido panno sopra le nostre teste.

Ci porta in una casa grande e accogliente che non pare vero ospiti, di solito, turisti ma sembra destinata al costante via vai di persone che pensano, sperimentano e si divertono fra i saloni, le camere e le finestre sul prato.

La mia scuola prevede sempre un tavolo grande per appoggiarvi quaderni, libri, figli, astucci e matite colorate, ma in gita consente anche morbidi divani e poltrone spaziose in cui accomodarsi per pensare meglio.

In gita si hanno compagne di stanza con cui stabilire una complicità allo stesso tempo curiosa eppure in qualche modo antica e senza tempo. C’è il profumo della classe, del senso di appartenenza e del percorso. E le maestre sembrano ancora più maestre ma nella modalità della prof in gita con cui si può osare di più e scherzare e condividere anche oltre i confini consueti.

In gita siamo coccolate da due persone tutte per noi che preparano e cucinano pasti deliziosi e il cui andirivieni fra cucina e sala è consolante come quello degli adulti indaffarati quando eravamo piccole. A loro manifestiamo la nostra gratitudine con urla di gioia e applausi durante le cene e, anche se loro non lo sanno, le abbiamo incluse nella nostra classe.

Nell’ultima gita abbiamo avuto l’enorme privilegio di poterci ricordare e raccontare da bambine e avevamo tutte gli occhi furbetti, i sorrisi sdentati e le braccine esili ma, soprattutto, eravamo tutte fiduciose, indomite e aperte al futuro come dopo non lo siamo più state. Abbiamo incontrato delle nostre curiose gemelle che sono cresciute diverse da noi, ma l’albero genealogico è lo stesso e non è stato troppo difficile riconoscersi.

In gita abbiamo goduto del sole di inverno, del fango cremoso, dei prodotti dell’orto, della luna piena e fulgente, del fuoco del camino e della sapienza che non sapevamo di avere (a questo serve la scuola).

Tornare a casa è stato facile e divertente. Prima nella macchina di Lucia, col cielo che scuriva e i commenti sui due giorni passati insieme, dopo, sulle comode poltrone color senape del cinema per vedere (noi 4) le sorelle March tornare in vita, sempre diverse, sempre moderne, in una versione strepitosa e nuova, tutta da esplorare.

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Francesca

Disegnala, la tua rabbia mi dice la zia B. che dosa con intelligente parsimonia i suoi messaggi whatsapp e sa quando mandarli.

La mia rabbia è grigia e appiccicosa come ragnatela, ma ha un cuore rosso pulsante e caldissimo e non assomiglia in alcun modo al mio patetico tentativo di riversarla in un disegnino sulla mia fedele agenda Labodif.

La mia rabbia è antica quanto me (o forse è più giovane di giusto quell’eden iniziale di cui non ho ricordo) e quando c’è lei non c’è posto per niente altro e io sono sola.

La mia rabbia è spesso teatrale e mi trasforma in Francesca-Bertini-aggrappata-alle-tende. Devo strappare le maledette tende per esigenze di copione ma, invariabilmente, le ricucio pentita subito dopo e le rimetto su sperando che gli altri non notino il rammendo.

La mia rabbia nasce quando non mi sento vista e allora urlo per farmi sentire sopra il frastuono del mondo e mi sbraccio per farmi vedere al di là della folla. Ma appena grido e mi dimeno il frastuono cessa e la folla si disperde: e io resto lì, sopra le righe, eccessiva ed ingiustificata e non mi so più spiegare le ragioni del mio espormi.

La rabbia non mi serve mai a nulla. Questo non me lo ricordo mai, però mi ricordo sempre di rimproverarmi per averla provata, di vergognarmi di averla trovata legittima, di condannarmi per aver sperato che fosse comprensibile agli altri.

Stasera è andata e venuta. L’ho additata e stigmatizzata (quando gli altri me la fanno notare, trovo doveroso censurarla e bollarla subito come un sentimento spregevole e insopportabile) e me ne sono vergognata. Ricucite, per l’ennesima volta, le tende e riavviatimi i capelli sconvolti dall’impeto, però l’ho anche un po’ accettata. L’ho messa lì accanto a me. E vorrei, una volta tanto, riuscire a disegnare le ragioni che l’hanno scatenata. Magari non disegnarle, ché tanto non mi riesce, ma pensarle e ragionarle. Fosse mai che tutta questa rabbia serva pure a qualcosa.