2020

Il 2020 è cominciato col dubbio amletico di non avere alcuna utilità in casa.

I figli sono grandi, mi passano accanto velocissimi lasciando dietro di se’ cumuli di vestiti sporchi, zaini, borse, libri maltrattati, fogli stropicciati e matite sparse che io mi affanno a lavare, riporre, sistemare. Mi passano accanto con occhi vitrei e disinteressati, rispondendo a monosillabi e con gli occhi al cielo.

È l’adolescenza bellezza, mi dico. Mi dico anche: li volevi indipendenti e li hai esattamente così. Cosa recrimini?

Vorrei essere vista. Anche se sono quella che prende e ricorda loro gli appuntamenti dal dottore, quella che controlla che si lavino, quella che si occupa di ricomprare calzini e mutande, quella che orchestra i regali di Natale (anche degli altri) ma senza fare troppa pubblicità. Non quella divertente insomma. Quella necessaria e grigia e in sotto fondo. Quella che c’è poco e quel poco che c’è, ha da fare.

Il 2020 comincia così, con un amarezza che ci ha messo qualche giorno a trasformarsi in lacrime (come sempre nascoste). Ma adesso finalmente le accolgo queste lacrime e le sento come un regalo che mi faccio da sola. E cerco un nuovo percorso che mi porti un po’ più in là.

Istante Riuscito

Mia figlia prende 8 a scienze e alla mia esclamazione: bravissima! risponde: non so come possa essere successo, io ho risposto a caso. Considerato che qualche giorno prima il suo professore ci aveva detto: sto cercando di convincerla che in queste materie riesce bene (!), direi che siamo di fronte ad una bella e buona sindrome dell’impostora secondo quanto insegna la scuola Labodif. Lei ci arriva, ma non segue gli schemi tradizionalmente imposti. Chissà da chi avrà preso, mi chiedo.

Nel frattempo sua madre emerge da una serie di sfide lavorative un po’ meno prostrata del solito ma stanca morta ed incredula di non essere, dopo tutto, a mollo nel bagno di sangue che si era prefigurata. Da impostora professionista, non mi capacito infatti che tutto non stia andando a rotoli e che la mia barchetta veleggi imperterrita – seppur sempre beccheggiando e dondolando paurosamente – nel mare magnum della mia professione.

Dicembre è tempo di bilanci lavorativi ma io non ne voglio fare quest’anno perché sono successe troppe cose e soprattutto perchè sento che questo non è il momento adatto. Non so se è più incredibile il fatto che senta il bisogno di non fare conti adesso o che la R. me lo conceda. Eppure, sento che devo attendere uno spazio bianco improvviso per tirare le somme di quello che ho fatto e questo spazio bianco non è adesso in questo piovoso pomeriggio di dicembre.

Di questo lungo anno professionale mi viene solo in mente di poter scrivere un elenco di parole: fatica, freddo, finestra, luce, poltrona blu, scatoloni, addii, luce, arancio, pianta, targa, strazzetta, blu e giallo. Ecco, in quest’ordine.

Ma soprattutto questo è l’anno delle farfalle colo di zolfo e dei 51 pezzi di vita di cui si compongono per ora. Il blog è nato un anno fa dalla volontà di scrivere senza restare in solitudine e si è aperto piano piano alla lettura di un sacco di donne di cui non rileva certamente il numero ma i segmenti che esse generano con me dopo averlo letto (sia che si ritrovino o meno in ciò che scrivo). Qua ci sono tutta io, quando scrivo bene, quando scrivo male, quando non mi accorgo dei refusi, quando vado avanti, quando torno indietro, quando scrivo in solitudine e piegata su me stessa, quando scrivo (idealmente) con altre e per altre, quando faccio scrivere l’impostora, la me piccola o quella più vera (che non conosco molto bene).

Mi viene in mente – e la scrivo subito – una notazione sulla magia di questo mio luogo virtuale (eppure molto vero). In ogni post io finisco per scrivere invariabilmente l’esatto contrario di quello che mi ero prefissa di scrivere. Anche oggi mi sono seduta (sghemba come sempre, come di chi fa una cosa ma sa che si sta approfittando del proprio tempo e sta già pensando ad alzarsi per farne un’altra) volendo intitolare questo articolo una cosa come “Bilancio” o “Un anno” o “Dicembre”, o una cosa così. E adesso devo cambiare titolo perché ho appena detto che non voglio rendiconti e soprattutto me lo sono detto (ve l’ho detto?) e sono più leggera e meno schiacciata da un peso. Apro l’agenda Labodif 2020 (adoro questo esercizio casuale, lo faccio sempre anche con i libri) e trovo subito il titolo: Istante Riuscito.

Esta mujer

Io sostengo che ci sono mesi più difficili di altri, nei quali è più complicato tenere insieme tutto senza frammentarsi in piccoli pezzetti, poi così difficili da ricomporre. Inseme al mese di maggio il più difficile per me è sempre dicembre perché il curioso periodo di feste e, soprattutto, semi-feste (quei giorni come il 27 o il 30 Dicembre), collegate con il Natale e l’inizio dell’anno nuovo, non rappresentano per me un momento di stacco dalla vita ordinaria ma, semmai, una sfida a viverla a dispetto di intoppi vari (chiusure di uffici, scadenze da calcolare dribblando le ferie altrui, regali da acquistare in massa, organizzazione degli eventi coi parenti).

Se non bastasse, questo è un periodo di saggi scolastici, colloqui coi professori, preparazione di addobbi, organizzazione di pranzi che mi ostino a desiderare come eventi che dovrei godermi in via eslusiva con animo sgombro, sereno e totalmente dedito. E sì che dovrei sapere che non funziona così e che la perenne rincorsa all’O (l’atmosfera natalizia) O la vita di tutti i giorni è assolutamente vana e del tutto estranea a me. Ma ci casco sempre e sono ancora più furibonda con la mia professione che mi propone scadenze infischiandosene dell’imminenza della viglia di Natale.

Quest’anno non fa eccezione, però è la prima volta che mi guardo da fuori mentre lo penso, insomma mi VEDO pensarlo e mi VEDO pure in questo continuo varcamento del confine fra la pacificazione del desiderio di tenere tutto insieme (il concerto di chitarra di mia figlia E l’udienza cruciale del giorno dopo) e il continuo riaffacciarsi del desiderio di potermi permettere un ambito di puro cuore (il concerto) senza essere strattonata nella realtà (l’udienza).

Il fatto che MI vedo mi piace e mi incuriosisce. E mi incuriosisce il fatto che mi incuriosisca perché incuriosire è un verbo che mi ha insegnato una dottora ma faccio tanta fatica declinare per me stessa. Tendenzialmente io non mi auto-suscito alcuna curiosità: al massimo mi sopporto (per forza), mi critico, mi esamino, mi abbuono, scuotendo la testa, qualche errore. Ma mi percepisco talmente prevedibile che la curiosità non c’entra mai.

Quindi questa volta provo a stare alla finestra e a passare così questi giorni in cui tengo insieme tutto (mentre scrivo mi vedo letteralmente che tengo fra le braccia tantissimi fogli che continuano a cadermi, sparpagliandosi e confondendosi) e li lascio passare senza tentare inutili interventi. A questo proposito annoto che avevo subito scritto (e poi cancellato): spero almeno di riposarmi. Ma l’ho cancellato perché non so più se questo sia in realtà un altro modo per far rientare, dalla finestra appunto, la disgiunzione dell’O.

Diciamo che per ora sto con la frase e il disegno (preso dal sito Asociación Psicológica Raíces Violetas A.C) qui sotto. E Buon Natale.

Se si cerca la quadratura del cerchio, ossia se si accetta una forma precostituita cui adattare la propria forma, l’espressione di se’ non prende corpo (Scritti di Rivolta Femminile di C. Lonzi)

 

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La ripetente e il rifrullo

Venerdì scorso, uscita dallo studio, ho pensato che la settimana appena trascorsa era stata molto impegnativa, al solito riferendomi alla settimana LAVORATIVA e dunque sorvolando – con tipico distacco da me stessa – su ogni altro aspetto (e ce ne sono tanti) della mia vita.

Il fatto è che la Rottermeir conosce e riconosce solo l’aspetto lavorativo della mia vita e mi torce il collo costringendomi sempre a guardare da quella parte. La R. da’ per scontato tutto il resto, lo approva con un cenno del capo per carità, ma lo ignora come se non fosse quello il parametro su cui valutarmi. E’ nella mia professione che mi soppesa impietosa e mi valuta inesorabile: il resto lo puoi fare a lato, mi dice.

Io trovo scioccante l’affermazione della R. però, alla fine, la seguo sempre.

E invece,

Questo fine settimana sono successe talmente tante cose che perfino la R. è ammutolita e anche adesso che è domenica sera – il suo momento preferito per parlare con perfidia – non sa bene come tornare al centro dell’attenzione. E chi ce la rivuole, peraltro.

Tanto per cominciare avevo – con lungimiranza più di pancia che di testa – deciso di frequentare di nuovo una classe della scuola Labodif. E lì ho ricevuto un regalo inaspettato che consiste in un libretto che contiene i post che fino a oggi ho pubblicato sul blog. Quindi per la prima volta ho toccato questo posto etereo con le mie mani e non mi posso più nascondere dicendo che è una cosa virtuale e quindi non troppo vera. Il libretto è verissimo, esperienziale e cartaceo e attualmente si trova sul mio comodino (dove tengo i miei libri salva-vita), colorato, lucido e con la dedica più bella del mondo. Sta lì e mi dice: tu e il blog esistete perché lo hanno visto. Perfino la R. ha dovuto sfogliarlo.

Questo sabato e domenica sono inoltre riuscita a fare con la mia amica del cuore una cosa che desideravo dall’aprile 2017 – frequentare insieme una classe della nostra scuola comune – ed è stata una valanga inarrestabile. Un valanga di emozioni, come era prevedibile, ma soprattutto di rimbalzi. Io ho (ri)trovato lei, lei ha ritrovato un’altra amica del suo cuore tramite un’altra donna incontrata per caso (il tutto mentre ricevevo un messaggio di un’altra donna che sceglieva proprio quel momento lì per dirmi che quello che scrivo la commuove sempre e quindi commuovendo me). E tutte queste donne vicine e lontane – in una genealogia orizzontale e verticale strepitosa e dilagante – si sono parlate tutte, insieme ad altre che ho avuto il privilegio di conoscere e ascoltare. E così tutte noi, diverse bellissime, interessanti, strepitose, autentiche ci siamo salutate e (ri)conosiute perchè la nostra è un’amicizia antica, di quando eravamo bambine, anche se lo siamo state in tempi e modi diversi. E da brave mocciose ci siamo molto soffiate il naso perché a noi succede spesso così nei fine settimana ed è un raffreddore bellissimo causato dagli spifferi del vento nuovo.

Questo fine settimana sono poi stata ripetente e ho assaporato la bellezza del ri-fare, del fare meglio, del fare diverso. E, in un istante magico dove tutto si è fermato,  mi sono improvvisamente perdonata un fallimento. E prima che me ne potessi accorgere – mentre lo raccontavo a un’altra – mi sono accolta e ho visto e curato con amore una ferita vecchissima. E adesso me ne sto qui a rimirare la fascia che mi sono messa e la trovo una gran bella fascia su una gran bella ferita.

Da tutto questo potente frullatore esco ancora più spettinata e stravolta del solito (come ce ne fosse stato bisogno) ma stasera, finalmente, riesco a nominare, pensare e sentire la mia strepitosa famiglia come non facevo da tanto tempo: ne riesco a misurare il valore (e quindi comprendo il mio), ne sento il volume, il peso, la sostanza e perfino il sapore. E, soprattutto, ne sento la centralità.

Da ultimo, annoto il desiderio, che deriva da un suggerimento ricevuto oggi, di modificare il mio sguardo su questo blog, non tanto nel contenuto quanto nella forma. Perchè se questo mio diario di bordo è creatura tutta mia, è tuttavia gestato in compagnia in un ventre grandissimo e accogliente – con maestre che sono madri eccezionali – mentre percorro una strada tutt’altro che dritta sulla quale a volte sono avanti ed aaltre volte dietro le altre compagne di viaggio. Per non parlare delle volte in cui devo prendere per mano la R e convincerla a tornare indietro, a ri-petere e a guardare qualche piccola coccinella che le è sfuggita a lato della strada.

 

 

Appunti di viaggio

Dietro dottorale consiglio mi segno (a volte anche solo mentalmente) i “non ce la faccio della giornata“. A volte sono tanti, ripetitivi, compulsivi: non posso, non ce la faccio, non riesco. La compulsività del loro continuo generarsi mi spaventa. Ma visti dall’esterno sono meno terribili: mi sdoppio e li considero da fuori e ne scopro qualcuno dettato dall’abitudine, qualcuno detto tanto per dire, qualcuno dettato dall’esasperazione, qualcuno dalla rabbia, qualcuno dalla mancanza di fiducia in me stessa, qualcuno dalla solitudine e dall’incapacita ad adattarmi ad un ordine verso cui mi hanno mandato da sola. Comunque no, di base non ce la faccio (disagio), ma vorrei farcela (desiderio).

Da grande vuoi fare anche tu l’avvocato? Domandano a mia figlia, che risponde con la limpidezza dei suoi 11 anni e la slealtà di tutte le figlie: no, perché io non voglio essere triste la sera. Ho chiamato a raccolta le mie donne: l’avete sentita? E’ seguito il seguente dialogo: gran bell’esempio di madre che sei, commenta sarcastica la mia parte domata (che ha la curva della bocca dura come quella di Kathrine Hepuburn), guarda che la tua ragazzina è davvero sveglia! esclama festosa la mia parte intrepida (che adora la capacità di essere autentica di mia figlia), chi ha la coscienza pulita non ha ragione di essere triste, dice la mia parte odiosamente giudicante che parla spesso per proverbi e io la prenderei a sberle continuamente, it is our choices that show what we truly are far more than our abilities (questa è la mia wanna-be che parla dal treno verso Edimburgo). Scena muta della mia controfigura. Silente, piatta, irrilevante: un diesel.

E io dove sono? Non c’è! Come ve lo devo dire? Non ce la faccio!  Ho pensato, annotando in rosso non ce la faccio sul taccuino.

Poi però.

Avvocato, in bocca al lupo per domani! Per una volta mi sento sostenuta da una cliente e mi godo la sensazione e la scintilla. Domani saremo in due.

Non ce la faccio. Non sono in grado di lavorare e fatico a scrivere anche una frase – mi scrive su whatsapp una collega che ho rivisto per caso pochi giorni fa. Da nessuna conversazione precedente a una comunione di un momento difficile che conosco tanto bene e che è pieno di significato. E le ho teso la mano perché nel luogo dove è lei io ci sono già stata e ci torno sempre. E sulle mie spalle ci si può salire.

Allora la vera me ha fatto improvvisamente capolino: orfana, piccina, ambiziosa, tenace, stracolma di parole,  piena di principi e anglofona. Ha fatto capolino ed è subito sparita, ma l’ho vista con la coda dell’occhio e non sono più certa che sia solo un fuoco fatuo.

Magoni

Leggo sui miei appunti scolastici (Labodif sei una brava scuola, sai?): Di fronte a un feedback negativo gli uomini tendono ad arrabbiarsi e le donne invece a rattristarsi.

E anche: Le donne provano rabbia in relazione a quelle che percepiscono come offese nei rapporti interpersonali non per le valutazioni negative di ciò che fanno.

Per me la parole chiave sono rabbia e offesa (anche quando riesco a non declinarla nella variante debole dell’umiliazione). Ma in genere comprimo e riduco queste due ingombranti sensazioni ripiegandole ordinatamente nel cassetto magico che le tiene a bada e impedisce che, con la loro carica inesplosa, generino conflitto. Il conflitto non mi piace, neppure con persone che per me non contano. Il conflitto è faticoso, è comunque perdita di relazione e, per come l’ho sempre gestito, vede invariabilmente me come perdente. Quindi recito, mentre dentro di me si alternano insicurezza (non valgo molto) e sindrome dell’impostora (sono talmente “altra” da te che non risponderò mai ai tuoi parametri). Questo mix letale è stato alla base della mia endemica cupezza e del mio felice isolamento adolescenziale.

Su uno dei suoi più grandi flop della carriera (la piéce teatrale The Lake) Katherine Hepburn scrive: Ho imparato moltissimo. La prossima volta nessuno si accorgerà di quanto sia terrorizzata. La mano sul registratore di cassa sarà solida e ferma come una roccia. Quando la nave affonda il Capitano affonda con essa. Ma non chiede aiuto ad alta voce. Affonda piano piano facendo del suo meglio.

Giusto per capire con che razza di parte autorizzata io mi confronti.

Lella Costa invece rileggendo una poesia di Silvia Plath (La Lunga Attesa dell’Angelo) dice: Ho pensato che ci potesse essere una storia, un percorso, un filo che conduce dai magoni ai miracoli, passando per i trucchi di radianza, le lacrime agli occhi, la visuale un po’ appannata, i fuochi fatui, le gibigianne… Forse tutto questo si può chiamare miracolo, perché avvengono, i miracoli. Se siamo disposti a chiamarli miracoli.

Giusto per capire con che razza di parte non-autorizzata io mi confronti. E di come sia difficile capirla, perché non si esprime mai in maniera così aulica (ché sarebbe troppo facile) ma in genere con espedienti infantili e esperienziali che non sembrano mai adatti ad essere compresi all’esterno.

Finché non mi sposto.

Mi viene in mente una scena del film Io e Annie in cui Alvy Singer SPIEGA a Annie come la Plath sia “una poetessa interessante il cui tragico suicidio viene erronemente letto come romantico nella mentalità tipica della studentessa di college“. E lei risponde “Oh non so, alcune delle sue poesie mi sembrano così interessanti”. Annie, gli risponde così, senza conflitto, affondando con la nave che portava la poesia e facendo del suo meglio. E io la sento molto sorella, e dunque pari, in questa sua sottomissione senza rumore, di quella che non si da’ neppure la pena di ribattere.

Ma la rabbia e la tristezza me la elimina solo questa frase, evidentemente dispari e con valore materno: “Ovviamente siete liberi di non essere d’accordo con noi, però in fatto di miracoli e trucchi di radianza , per dimostrare che avete ragione, i casi sono due: o riuscite a mettervi a volare qui davanti a tutti o forse è meglio che ci pensiate su per un po’” (Lella Costa –  Magoni).

 

Oh Congresswoman!

La mia donna bella di questo periodo è Alexandria Ocasio-Cortez e di lei mi piace moltissimo quel suo rossetto mat vermiglio che le sta benissimo in contasto con la sua carnagione bruna.

Mi piace il suo rossetto perché per me è simbolico della sua capacità di essere aderente a se’, e anche molto a suo agio, mentre agisce in un territorio da sempre declinato al maschile dove i completi grigi sono sempre apparsi come l’unico paradigma con cui  confrontarsi. Adesso che ci penso, una volta mi fu chiesto – stavo parlando della mio atavico timore quando devo pensare velocemente in udienza – come mi figuro questa paura. Me la figuravo come un uomo anziano vestito di grigio, che scuoteva la testa e pensava: non c’è nulla di più lontano da me della tua persona. Evidentemente non avevo ancora visto il rossetto della Ocasio-Cortez e quindi non potevo rispondergli: sì ma anche tu sei ben lontano dalla mia persona. 

Ocasio-Cortez si siede pacifica, centrata, seria, col suo rossetto (No need to Hurry. No need to sparkle. No need to be anybody but oneself ) e mette in una difficoltà – che tanto sarebbe piaciuta alla servetta di Talete – tutta una serie di uomini ponendogli domande talmente lineari da rendere ancora più mortifcante la loro incapacità di rispondere. L’altro giorno, francamente, Zuckenberg sembrava scemo.

Ma ciò che mi colpisce – al di là della gravità dei comportamenti della white man supremacy che lei ci svela – è che il suo estremo agio e postura naturalmente autorevole pongono le sue controparti, che pure hannno dalla loro tutti crismi connessi a posizioni di potere ben radicate, in una situazione di inferiorità esplicitata in curiosi comportamenti. Gli uomini balbettano, si ripetono, accampano scuse (adesso non ricordo tutte le cose che ha elencato e così su due piedi non so rispondere) oppure si rifugiano in un mainsplaining al limite del ridicolo (beh dire le bugie non va mai bene, risponde Zuckemberg alla domanda ma la piattaforma di Facebook può essere usata per veicolare dati falsi?). Per una volta, sono loro quelli a disagio ed è un disagio assai simile al mio quando mi appare il signore anziano vestito di grigio. Non importa quanto so perché tanto non lo so più dire: l’altro è troppo più solido e lo è essendo semplicemente se stesso. Mentre io sento che devo essere qualcosa di diverso e che non mi riesce. La lotta non è dispari è IMPARI.

Poiché non intendo fare agli avversari della Ocasio-Cortez l’affronto (né dare loro questo facile alibi!) di ritenerli inferiori o meno convinti della supremazia della loro elite alla quale restano tenacemente aggrappati (e non sarà certo una figuraccia in mondovisione a cambiare il loro obiettivo), non mi resta che riconnettere i loro balbettii al fatto di trovarsi di fronte alla rara vista – gliene do’ atto – di una donna a suo agio, autorevole e non autoritaria, che li mette in difficoltà non per la astratta posizione che ricopre ma per la sostanza delle sue parole, che li mette in discussione nel qui e ora esperienziale dell’interrogazione parlamentare.

Che AOC riesca a cambiare il mondo non lo so e posso dire che non lo ritengo più neanche tanto importante, di per se’. Quello che so che sulle sue spalle ci possiamo salire tutte: in un’udienza, in un colloquio, in un discorso, in un’interrogazione parlamentare, in una situazione di disagio qualsiasi. Ovviamente col rossetto e quindi in aderenza a noi.

E se per voi va bene, come dice lei, That’s all right I’ll move on.

 

Managing partner

Tutto è cominciato quando mia nipote (anni 24) mi ha consigliato di guardare una serie tv americana ambientata nel mondo degli avvocati. Francamente la cosa non cominciava sotto i migliori auspici essendo notoria la differenza di gusti fra me e mia nipote, la differenza di età, il fatto che la serie fosse ambientata fra gli Yankee, per di più nel mondo del diritto (non se ne può più dei serial legulei, anche perché poi il pubblico di queste cose diventa tuo cliente e ti chiede se deve chiamare il giudice Vostro Onore, giuro a me è successo) e per di più in uno studio legale figo dove tutte le porte degli uffici sono a vetri (irritante atteggiamento da nouveaux riches, non trovate?).

Quindi ho cominciato a guardare la prima puntata mentre stiravo, ostentando tutta la mia sfiducia tramite il contemporaneo uso dell’asse e del ferro da stiro. Come a dire: cari i miei yankee lawyers, la vera avvocatA italianaA deve anche sapere stirare con l’assA sennò viene sepolta dai panni suoi e dei familiari (segue occhiata di disprezzo agli americani).

E invece mi sono trovata immersa nelle vicende di uno studio legale che, per cominciare, non si occupa di diritto penale ma di diritto civile , il quale – anche se io detesto la common law – è troppo più connesso con la vita di tutti noi, troppo più interessante psicologicamente, troppo più legato a filo doppio con l’emotività di chi lo pratica. Con buona pace del concetto di “reasonable doubt” , dell’appellativo di “vostro onore” e del classico “obiezione!”che ci rifilano i film americani.

A questo punto sono successe due cose speciali (e il numero non è casuale).

La prima è che i personaggi di questa serie – ovviamente tagliati con l’accetta, spesso manichei fino a morirne, con in bocca solo frasi ad effetto ed uscite di scena favolose, belli in maniera irreale e irritante – ho ri-trovato (ma anche senza ri) un po’ di motivazione nello svolgere il mio diversissimo e pure simile lavoro.

La Rottermeier, quando gliel’ho detto la prima volta, prima è svenuta, poi ha minacciato la mia radiazione dall’albo delle “avvocate sottomesse alla Rottermeier”, poi ha ruggito. Ultimamente scuote soltanto la testa.

Eppure.

Eppure, per ragioni di copione, questi avvocati sbagliano un sacco: così altri avvocati (a volte anche loro stessi, dopo essersi redenti) possono rimediare all’errore ed uscirne più splendenti che mai. Ignorate il fatto che ne escono splendenti (sì, sì, vabbé): hanno rimediato all’errore e, ancor più, hanno mostrato l’errore è parte integrante del loro agire! E se l’errore lo puoi fare there (New York), l’errore lo puoi fare anywhere per dirla con la canzone.

C’è un’avvocata che continua bocciare all’esame di stato perché se la fa sotto e sbaglia sempre il test e che non viene ammessa alla Harvard Law School. Ignorate la ristrettezza mentale del mettere una sola scuola sul piedistallo (sì, sì vabbé): il tema dell’inadeguatezza (anche solo percepita) è lì davanti a voi.

Ci sono avvocati che sprecano tutto il loro tempo e le loro energie in un lavoro che li massacra, immolandosi ad una competitività non sempre premiante a scapito di affetti e interessi più profondi. Ignorate che poi molti desideri  per i protagonisti si avverano e che le coppie predestinate alla fine si uniscono (sì, sì, vabbé): il tema del tempo perduto, della possibilità di donargli senso a posteriori e riabilitarlo c’è e io lo sento in tutta la sua potenza.

C’è la capa suprema dello studio che è una donna, giovane, nera e sprizza autorevolezza da tutti i pori: anche quando sbaglia, anche quando dubita, anche quando perde. Ignorate che è bellissima anche dopo una nottata in ufficio e il rossetto ne le si sbava mai (sì, sì, vabbè): la difficoltà dell’essere donna al vertice, del poter tenere tutto insieme, del desiderio di essere contemporaneamente leader e parte del team me la rende dispari e pure un po’ madre.

La seconda cosa speciale che è successa è che tutto quello che ho appena scritto è vero solo perché questa serie la guardiamo in due. Quasi da subito.

Due è il numero è quello che ribalta la prospettiva, attiva segmenti, suggerisce spunti, amplia prospettive, da’ valore a fatui innamoramenti adolescenziali, raddrizza schiene, spiana i segni (mentali) del tempo, in un cerchio quasi magico che a un certo punto, quando meno te lo aspetti, trascende il punto di partenza che diventa solo una magnifica occasione per qualcosa di molto più grande.

Due è ciò che mette in minoranza le Rottermeier dei singoli uno, che è daltonico rispetto ai colori della serie A e della serie B, che è potente madeleine di sensazioni che l’ordine dato vuole sepolte insieme alla parte giovane e stupida dell’uno, che è interlocutore colto che consente conversazioni che consolano l’anima di chi ha già un bel po’ di strada alle spalle.

La due si riconoscerà in queste righe che dedico tutte a lei ma il guadagno di questo periodo è globale. Con mia nipote abbiamo semplicemente discusso su quale dei due protagonisti sia più bello: ovviamente la nostra risposta è stata diversa ma mai conversazione così prosaica e concreta ha nascosto molto di più.

Il fattore H

I personaggi immaginari sono molto importanti per me. Sono i protagonisti e le protagoniste dei libri e dei film che hanno segnato la mia vita e vivono di vita propria nella mia testa proprio come in quella dei loro creatori e inventori.

I personaggi immaginari a volte escono dal loro ambiente originario (escono dallo schermo o dal libro proprio come il protagonista della Rosa Purpurea del Cairo) e entrano nei miei sogni (spesso a occhi ben aperti) portandosi il loro bagaglio originario e mischiandolo a volte con quello mio personale, a volte con la storia del loro autore o del loro interprete (quando vengono da un film) in un calderone allegro e colorato in cui si sembrano trovarsi a proprio agio.

I personaggi immaginari sono ottimi compagni di viaggio, compaiono solo quando evocati, sono vecchi e modernissimi, ti sostengono ma ti mostrano anche  altre strade con la loro diversità, alcuni cambiano, altri restano e ce ne sono sempre di nuovi.

I personaggi immaginari a volte sono molto meglio delle persone reali, ma non sempre. Come dice Bridget Jones a proposito di Mr. Darcy, questo fatto di essere immaginario non è un dettaglio su cui, dopo tutto, si possa sorvolare facilmente.

La Rottermeir ha tutto un suo personale elenco di personaggi di serie A (letterari e molto british) e personaggi di serie B (di film o serie TV o da chick lit come la nostra Bridget) di cui non ama molto che si sappia in giro. Ovviamente i secondi sono in genere molto più divertenti (anche solo per far dispetto alla R) ma non è detto. In realtà ogni distinzione è fuorviante: fanno tutti parte di me.

Come dice Amanda Price  (che mi è madre in tutto ciò) in Lost in Austen: “I’m not hung up about Darcy. I do not sit at home with the pause button on Colin Firth in clingy pants, okay? I love the love story. I love Elizabeth. I love the manners and language and the courtesy. It’s become part of who I am and what I want. I’m saying that I have standards“.

L’ultima parte è una balla: standard non ce ne sono. Lo diciamo per non sembrare (ancora più) pazze. Ci sono solo personaggi da cui, per un certo periodo di tempo (a volte per sempre) non vogliamo separarci e loro non voglio separarsi da noi. E se ci volete, dovete prenderli tutti.

Senza, non valiamo nemmeno la metà,  ve lo assicuro.

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L’Aise Breizh

Gli avvocati non mai vanno in ferie perché – e gli avvocati amano ribadirlo – le ferie sono sono quelle retribuite. Gli avvocati vanno in vacanza. Se la prendono la vacanza e ne rispondono: verso i giudici (che spesso amano sciogliere riserve annose proprio ad agosto), verso i clienti (“è già in ferie?”) e verso se stessi (se non stacco muoio, mi dico ogni anno).

La vacanza di quest’anno è stata bella come da anni non succedeva (nemmeno quelli dispari che, chi mi conosce, sa che sono quelli del mio cuore), è stata varia e piena di vento, di cieli, di oceano, di burro, di strada, di bici, di favolosi menhir e di noi quattro.

La vacanza è stata anche qualche mail, due riserve sciolte e una notifica telematica. Ma il lupo postino che di solito mi recapita questi messaggi doveva essere in ferie oppure si è scordato di essere pauroso e gli incombenti sono stati svolti con leggerezza d’animo. La perla della leggerezza è molto rara e mi riempie di gratitudine.

In vacanza è anche successo un quarantotto che sono i miei anni, quest’anno rivoluzionari come i moti e altrettanto confusionari, sparpagliati ed emotivi. Anche nel mio caso c’era un fermento sotterraneo e carbonaro che covava da anni. E non ci sarà restaurazione, che si sappia.

La vacanza è stata piena di una meravigliosa chat con un’altra farfalla dove si è parlato – grazie alla capacità di spaziare tipica di due ex bruchesse – di studi legali lontanissimi e impossibili, di amori vecchi e nuovi e, in generale, di tutte quelle cose che assumono importanza e diventano colorate solo se si è in due.

La vacanza è stato tornare prima del solito nella città calda e solitaria ma con l’energia di un posto nuovo dove iniziare tutto un’altra volta.

Mentre ero in vacanza se ne è andata Toni Morrison. Ha detto (per cose ben più alte di me): “Freeing yoursel was one thing, claiming ownership of that freed self was another”. Per rivendicare questo diritto di proprietà mi sa che mi ci vuole proprio un’avvocatA.

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