Tutto è cominciato quando mia nipote (anni 24) mi ha consigliato di guardare una serie tv americana ambientata nel mondo degli avvocati. Francamente la cosa non cominciava sotto i migliori auspici essendo notoria la differenza di gusti fra me e mia nipote, la differenza di età, il fatto che la serie fosse ambientata fra gli Yankee, per di più nel mondo del diritto (non se ne può più dei serial legulei, anche perché poi il pubblico di queste cose diventa tuo cliente e ti chiede se deve chiamare il giudice Vostro Onore, giuro a me è successo) e per di più in uno studio legale figo dove tutte le porte degli uffici sono a vetri (irritante atteggiamento da nouveaux riches, non trovate?).
Quindi ho cominciato a guardare la prima puntata mentre stiravo, ostentando tutta la mia sfiducia tramite il contemporaneo uso dell’asse e del ferro da stiro. Come a dire: cari i miei yankee lawyers, la vera avvocatA italianaA deve anche sapere stirare con l’assA sennò viene sepolta dai panni suoi e dei familiari (segue occhiata di disprezzo agli americani).
E invece mi sono trovata immersa nelle vicende di uno studio legale che, per cominciare, non si occupa di diritto penale ma di diritto civile , il quale – anche se io detesto la common law – è troppo più connesso con la vita di tutti noi, troppo più interessante psicologicamente, troppo più legato a filo doppio con l’emotività di chi lo pratica. Con buona pace del concetto di “reasonable doubt” , dell’appellativo di “vostro onore” e del classico “obiezione!”che ci rifilano i film americani.
A questo punto sono successe due cose speciali (e il numero non è casuale).
La prima è che i personaggi di questa serie – ovviamente tagliati con l’accetta, spesso manichei fino a morirne, con in bocca solo frasi ad effetto ed uscite di scena favolose, belli in maniera irreale e irritante – ho ri-trovato (ma anche senza ri) un po’ di motivazione nello svolgere il mio diversissimo e pure simile lavoro.
La Rottermeier, quando gliel’ho detto la prima volta, prima è svenuta, poi ha minacciato la mia radiazione dall’albo delle “avvocate sottomesse alla Rottermeier”, poi ha ruggito. Ultimamente scuote soltanto la testa.
Eppure.
Eppure, per ragioni di copione, questi avvocati sbagliano un sacco: così altri avvocati (a volte anche loro stessi, dopo essersi redenti) possono rimediare all’errore ed uscirne più splendenti che mai. Ignorate il fatto che ne escono splendenti (sì, sì, vabbé): hanno rimediato all’errore e, ancor più, hanno mostrato l’errore è parte integrante del loro agire! E se l’errore lo puoi fare there (New York), l’errore lo puoi fare anywhere per dirla con la canzone.
C’è un’avvocata che continua bocciare all’esame di stato perché se la fa sotto e sbaglia sempre il test e che non viene ammessa alla Harvard Law School. Ignorate la ristrettezza mentale del mettere una sola scuola sul piedistallo (sì, sì vabbé): il tema dell’inadeguatezza (anche solo percepita) è lì davanti a voi.
Ci sono avvocati che sprecano tutto il loro tempo e le loro energie in un lavoro che li massacra, immolandosi ad una competitività non sempre premiante a scapito di affetti e interessi più profondi. Ignorate che poi molti desideri per i protagonisti si avverano e che le coppie predestinate alla fine si uniscono (sì, sì, vabbé): il tema del tempo perduto, della possibilità di donargli senso a posteriori e riabilitarlo c’è e io lo sento in tutta la sua potenza.
C’è la capa suprema dello studio che è una donna, giovane, nera e sprizza autorevolezza da tutti i pori: anche quando sbaglia, anche quando dubita, anche quando perde. Ignorate che è bellissima anche dopo una nottata in ufficio e il rossetto ne le si sbava mai (sì, sì, vabbè): la difficoltà dell’essere donna al vertice, del poter tenere tutto insieme, del desiderio di essere contemporaneamente leader e parte del team me la rende dispari e pure un po’ madre.
La seconda cosa speciale che è successa è che tutto quello che ho appena scritto è vero solo perché questa serie la guardiamo in due. Quasi da subito.
Due è il numero è quello che ribalta la prospettiva, attiva segmenti, suggerisce spunti, amplia prospettive, da’ valore a fatui innamoramenti adolescenziali, raddrizza schiene, spiana i segni (mentali) del tempo, in un cerchio quasi magico che a un certo punto, quando meno te lo aspetti, trascende il punto di partenza che diventa solo una magnifica occasione per qualcosa di molto più grande.
Due è ciò che mette in minoranza le Rottermeier dei singoli uno, che è daltonico rispetto ai colori della serie A e della serie B, che è potente madeleine di sensazioni che l’ordine dato vuole sepolte insieme alla parte giovane e stupida dell’uno, che è interlocutore colto che consente conversazioni che consolano l’anima di chi ha già un bel po’ di strada alle spalle.
La due si riconoscerà in queste righe che dedico tutte a lei ma il guadagno di questo periodo è globale. Con mia nipote abbiamo semplicemente discusso su quale dei due protagonisti sia più bello: ovviamente la nostra risposta è stata diversa ma mai conversazione così prosaica e concreta ha nascosto molto di più.