La E

Sono stati mesi di lacrime e sangue.

Ho iniziato a dicembre facendo due conti e il risultato dava zero. Uno zero umiliante e totale.

E’ ricominciata la paura dell’errore. Ma sono viva e posso sbagliare. E allora sono comparse le farfalle color di zolfo e i segmenti piccoli e significanti con tutte le madri del mio percorso, tanto arduo e tanto potente.

Il corso Labodif sul corpo. Cosa mi piace fare col corpo? Thinking is my fighting.

E tanti pianti e tante lacrime. Domande a caso, frutto del bisogno. Il bisogno lo può soddisfare chiunque, il desiderio solo chi prendiamo come riferimento.

Poi la decisione di cambiare, di trasferire altrove mente e corpo. In quest’ordine.

E poi la soglia. La danza antica di spostare il peso di qua e di la’, che ho disimparato e che mi fa paura. La deficientina imparata teme la bambina indomata.

Le gocce. Che hanno innaffiato questi mesi, che non volevo e ho bevuto obbediente. Non ero sola, ma non lo vedevo.

Il rito del passaggio. Altro corso, altro percorso.

La scoperta del mio mestiere. “Ci credo che nessuno vuole una come te che odia il suo lavoro!” Che ceffone! Allora provo a risignificarlo, questo maledetto mestiere

Il trasloco con la febbre. La stanchezza e l’eccitazione. La stanza piccola e colma di cose. Sempre ancillare a quella del collega. Ma operativa, viva, un centro di comando. Mia.

Ma di nuovo la paura di non essere abbastanza. Di non essere vista. Metto la A di avvocata. Ma sbatacchio. Faccio un piccolo investimento.

E allora STOP. La Rottermeier si riavvia lo chignon. Alza la mano e fa alcune domande.

Quanto investirai ancora delle tue energie, del tuo tempo, del tuo denaro? E se investi troppo e sarai delusa? E quando lo saprai? Chi definirà il momento in cui potrai trarre le fila e fare bilanci? Stai quasi certamente sbagliando (questa è un’affermazione sottesa alle domande)

Ma  io ribatto. Sono stanca e accaldata, ma ribatto e dico: e se, cara la mia signorina R., e se il bilancio finale non ci fosse mai, ma ci fosse solo un uccello da guardare dall’alto? E se non contasse il punto ma percorso? E se gli errori facessero di me quella che sono e  senza errori fossi incompleta?

La Rottermeier non sa cosa dire. E non è tanto che non lo sa. E’ che per la prima volta le viene il DUBBIO di avere torto. Perché io non le sto parlando da sola, ma sulle spalle di tutte le madri di quesi mesi. E tutte queste donne le piacciono, imperfette come sono. Sono attraenti nella loro imperfezione e oltretutto non le paiono cattive ma anzi – possibile? – sono pronte a pettinarle con dolcezza quei vecchi capelli color topo.

La Rottermeier sospende il giudizio, sosta come le hanno insegnato a scuola. Sa che può sbagliare. E che, nel caso, non succede proprio nulla. Il segreto è tutto in quella E.

La Sora Lella

Accipicchia, ma è un razzo…! Come fa?… Quante parole riesce a dire in un minuto?… Roba da Guinnes dei primati… Quando ho visto Lella Costa la prima volta è questo che ho pensato. Come tutti no? Lei entrava in scena vestita da Carla Fracci, guardava il pubblico, si guardava il tutù e diceva: “Vi hanno avvertito che questo è un balletto classico? Nooo…Non ve l’hanno detto?… Fanno sempre così per paura che la gente vada via…Accipicchia!… E il pubblico rideva (Gabriele Vacis)

Per me entra sempre in scena così Lella Costa: buffa, incongrua, travestita in maniera improbabile, pronta per iniziare l’incanto delle parole.

E mentre va avanti a parlare, con quella rapidità che però non perde un colpo, che è sempre esatta…Mentre va avanti a parlare, le parole diventano leggere, visibili, cominciano a ballare davanti a te… E allora capisci: perché non è lei che parla, lei balla… (Gabriele Vacis)

La magia delle parole come quelle di Alessandro Bergonzoni e dei Monty Python. Il nonsense e l’assurdo. John Lennon e Oscar Wilde. Grandi e piccoli. Senza serie. Ciascuno in un momento della mia vita.

Q come “Quand’è che arrivi, mamma?”: domanda-tormentone della mia vita. Solo che, rispetto alla stesura della Daga nel loden, le figlie sono passate da una a tre, e di conseguenza la domanda è cresciuta in modo esponenziale. Deve essere colpa della globalizzazione.

Ah, è forse possibile?

M come Magoni e Miracoli: “Avvengono miracoli se siamo disposti a chiamare miracoli quegli spasmodici trucchi di radianza”. (Silvia Plath)

Non bisogna accontentarsi, bisogna continuare ad accendere cerini, a giocare e dire: “Forse non è vero, forse ci meritiamo di più, forse non bisogna accontentarsi di quello che hai a portata di mano, altrimenti a cosa servirebbe il cielo?” Non l’ho detto io, l’ha detto un poeta che si chiama Robert Frost e quando lo dicono i poeti è sicuramente vero. Noi abbiamo questo da fare e abbiamo il tempo. Il tempo è dalla nostra parte, lo dicono i Rolling Stones  e quindi non si discute.

Alto e basso. T. S. Eliot e Fonzie.

Se quella sera di febbraio di una trentina di anni fa Luigi Tenco, anziché spararsi un colpo di pistola, si prende una sbronza colossale. Se, per una volta e per sbaglio le brigate rosse ne fanno una giusta. La fanno per sbaglio, la fanno una volta sola, ma ne fanno una giusta. E decidono di lasciare libero Aldo Moro. Se quel giorno di dicembre del millenovecentootanta J.D. Salinger decide di andare in Central Park West e ci vede un ragazzo accucciato che sembra in attesa di qualcosa e sta leggendo The Catcher in The Rye. E gli prende il libro dalle mani e lo butta per terra: Drop this book now. I have another story to tell you. E dieci minuti dopo, quando arriva John Lennon non c’è mica nessuno lì ad aspettarlo, non ci sono ragazzi, non ci sono pistole, non c’è nessuno, non c’è niente di niente. E lui che aveva detto di no, che voleva restare a New York si sente un alieno e lo dice alla moglie: I’m homesick, Yoko.

Il tempo rotto e ricostruito.

E’ un John Belushi al colmo della felicità, quello che va a dare la notizia al presidente degli Stati uniti: “Kate, ho una notizia, una bellissima notizia, Kate. Sai il magistrato italiano, quello super bravo? Dice che viene da noi a darci una mano!” “Fantastico! Esclama il presidente degli Stati Uniti, Katharine Hepburn. E va a dare la notizia alla first lady: “Spencer, tesoro, indovina chi viene a cena?”.

Dunque vi conoscete? Sì, l’ho votata anche io!

Per una volta nella vita poter essere solo bella così. Avvengono i miracoli? Allora, per una volta nella vita, una volta sola e non per tanto tempo mi basta poco, giusto il tempo di riposare più che altro, no?, per cercare di recuperare almeno in minima parte tutte le energie che in tutta la mia vita ho dovuto sprecare per cercare di essere carina  comprensiva preparata informata consapevole brava competente responsabile sportiva sensata sensibile autonoma fedele divertente seducente sexy spiritosa simpatica diversa imprevedibile adorabile forte coraggiosa disponibile unica allegra intelligente complice materna. Basta non ce la faccio più. PER UNA VOLTA NELLA VITA VORREI ESSERE SOLO BELLA.

Devo ricordarmi di spostare lo sguardo e farmi autorizzare più spesso dalla Sora Lella.

La Montagna

Ci siamo. Dopodomani trasloco insieme agli scatoloni dei fascicoli, ai libri, ai computer, ai codici, alla cancelleria e ai mobili della mia stanza.

Ma traslocare e basta è cosa troppo semplice e quindi ho anche una serie di atti in scadenza non da poco, che incombono, trasloco o non trasloco. Per non parlare dell’organizzazione della comunicazione del nuovo indirizzo.

La Rottermeier impazza ed è sicura che avrei dovuto fare di più, meglio e prima. Che cosa? Tutto. La mia parte indocile è basita, non sa dove guardare, si sente abbastanza orfana e cerca conferme un po’ a casaccio. Entrambe sono alla base di un fortissimo mal di testa, di una somatizzazione dell’afa di questi giorni, del sonno interrotto e della sensazione di perenne affanno.

Allora faccio l’esercizio di visualizzazione della montagna. Ma non una qualunque: la più bella di cui ho esperienza. Per me sono sempre i monti della Val d’Aosta perché lì ci sono stata da piccola e la loro durezza e maestosità mi sorprendeva sempre. La mia montagna è solo estiva.

La assimilo e la mia testa diventa la vetta, le braccia e le spalle i versanti. Ne percepisco il senso di elevazione e mi trasformo nella montagna impassibile. Tutti i pensieri, i sentimenti e le preoccupazioni di questi giorni sono intemperie che non posso ignorare o negare, ma le affronto e le accolgo  per quello che sono e le tengo sotto osservazione. Perché io non mi identifico in quei pensieri. Io sono la montagna e li guardo passare, rimanendo sempre la stessa.

Bello eh? Scherzavo, non mi riesce quasi mai questo esercizio. Ma conosco la teoria. Story of my life. La teoria è il mio forte e la mia dannazione.

Domattina mi devo ricordare di essere montagna e di guardare le mie emozioni passare e infrangersi, come pioggia o sole, sulla mia costa rocciosa. Mi devo ricordare di osservare il cambiamento della luce col volgere del giorno. L’unica cosa sicura è che domani sera sarò ancora qua.

 

Una, nessuna, centomila

Siamo tantissime. Una folla. Tutte uguali e tutte diverse, così diverse che la Rottermeier fa fatica riconoscerle, a disntiguerle, a catalogarle e le fanno male gli occhi dallo sforzo.

C’è la Fusina ansiosa, per cui tutto è un problema e una montagna da scalare. C’è la Fusina che non crede in se stessa, liquida ogni elogio come un errore di valutazione altrui, si sente piccola e invisibile. C’è quella sempre stanca, perchè corre con ritmi che non sono i suoi e su una strada fatta per qualcun altro. C’è la mamma, che sente di non dare abbastanza ai figli, di non esserci a sufficienza, di non essere psicologicamente all’altezza dei loro bisogni. C’è quella a cui il ruolo mamma sta stretto e vuole sempre misurarsi anche con qualcos’altro, anche se la Rottermeier ribadisce che essere madre le dovrebbe bastare. C’è l’avvocata, che non si sente tale ma a volte anche sì e quindi ce ne sono due, che si alternano senza avvisarmi di chi compare la mattina. C’è la figlia che, in quanto tale, si ribella alla madre e sbuffa e vuole essere indipendente e altro da lei. C’è la Fusina che sogna una vita di traduzioni dall’inglese, di un mondo immerso nella cultura anglo americana e che invece, al massimo, si trova a viaggiare, per lavoro, fino a Prato. C’è la Rottermeier che si sente protagonista e, siccome sa di essere odiata, è sempre sulla difensiva. C’è la bambina piccola e bionda, che va solo di pancia e che nessuno ascolta mai, che strilla e ha bisogno di qualcuno che la prenda per mano. C’è la Fusina che guarda questa bolgia e pensa che tutte sono lei e nessuna lo è e le viene la tentazione di scappare da tutte.

Tutte queste donne si scontrano ogni giorno nella mia testa, fanno confusione e sembra che insieme non vadano da nessuna parte. Occupano la strada e non avanzano o se avanzano poi tornano indietro. Ognuna trascina l’altra, ne è influenzata e, contemporaneamente, la intralcia.

Queste donne hanno bisogno di simili esterne che indichino la via, che diano loro un’indicazione di postura. A volte succede, e tutte, miracolosamente, si girano dalla stessa parte. E si riposano.

A volte non succede, come stamani. Ed è un mercato all’aperto in cui ciascuna dice la sua, non si capisce nulla, la Rottermeier rileva che si sta combinando poco o nulla, la piccola afferma che ci sono le vacanze scolastiche, l’avvocata affoga fra le carte, la contabile calcola i guadagni del mese e sospira.

Ha proprio ragione Pirandello (declinato al femminile). Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stessa.

I’d give you anything I’ve got for a little peace of mind

A volte la mia scrivania sembra un campo di battaglia e il suono delle mail che arrivano è incessante. I fascicoli fagocitano la mia vita, le questioni da studiare sono tante, dubbi – oh quelli – millemila e il tempo scivola mentre io resto ferma a guardare.

Ma a volte la mia scrivania si spopola e sono (beh quasi) in pari. E allora arrivano il mostro del non-abbastanza-incarichi, l’erinni del come-sbarcherò-il-prossimo-mese e lo spettro del devo-trovare-altri-clienti.

Quanti sono i clienti sufficienti, quanti ne possono reggere senza morire ma anche riuscendo a guadagnare? E vale di più un incarico eseguito bene ma che non porta soldi o un incarico noioso e ripetitivo ma di più facile e veloce monetizzazione? E posso avere tutti e due? E chi lo dice se un incarico è eseguito bene? (Lo so che lo dice la Rottermeir, era retorico). E chi dice: basta puoi andare a casa, per oggi hai lavorato abbastanza? E, anche se ci vado, quanto mi posso riposare?

Sono facile preda dei dissennatori, come vedete. I miei non vengono da Azkaban ma sono ugualmente terribili, portano gelo e io li combatto sbatacchiando qua e la’, senza ragionare, senza sostare. Io coi dissennatori non so-stare. Perché loro mi fanno sempre voltare l’angolo e dopo l’angolo c’è sempre strada da fare: è invisibile, ma so che c’è. Dietro l’angolo ci sono io ma non mi posso vedere e temo per me. Vorrei avere la sicurezza che andrà tutto bene. Figuratevi come se la ridono i dissennatori. Come no, andrà tutto benissimo, bella, gira l’angolo!

Allora cerco rifugio nelle mie sicurezze: le mie persone del cuore, casa, un film, un libro, una canzone. Ma loro sono furbi. E mi promettono dei nuovi numeri (10 clienti nuovi, 4 memorie fatte, 3 sentenze vinte) ma poi li cambiano sempre. E non li raggiungo mai. Quanti? Chiedo. Tanti, rispondono. E ridono di me

Misericordia!

La signorina Rottermeier, che abita con me nella mia personale Francoforte da quando sono nata, è un personaggio curioso. Un po’ come lo siamo tutti.

La Rottemeier è molto severa perché le è stato detto che solo con molto lavoro si ottengono risultati, molto ansiosa perché le è stato detto che solo se si ha molta paura si è veramente compreso la difficoltà di un compito e molto insicura perchè le è stato detto che lei, in particolare, chissà se ce la avrebbe mai fatta.

La Rottermeier è anche molto organizzata, diligente e tenace. Una volta un preside la definì un motore diesel (?) dalla tenuta sempre costante. A lei la definizione non piacque ma non si sognò di lamentarsi o di commentarla in alcun modo.

La Rottermeier, quando può organizzarsi in tutta sicurezza, sa anche essere sicura dei suoi risultati. Ma non portatela fuori da certi binari e, soprattutto, non cambiatele gli orari. Certe cose si fanno in certi tempi, che sono quelli e non altri. Chiaro? La Rottemeier ha il suo kairos personale ma è dentro il chronos ed è un casino spiegarlo.

La Rottermeier è stata piccola per (troppo?) poco tempo. Le hanno sempre detto che da piccola aveva una proprietà di linguaggio “da fare paura”  e deve aver pensato che o si fa paura o si è piccole. E quindi ha scelto la prima.

Io detesto la Rottermeier perché è la prima cosa che tutti vedono, perché mi è familiare, perché senza di lei non ci so stare, perché se l’assecondo tace e non mi critica, perché è sempre un pesce fuor d’acqua, perché deve sempre dimostrare qualcosa, perché deve sempre alzare l’asticella. La Rottermaier teorizza sempre l’uno e non amette posizioni sfumate o aperte.

La Rottemeier non è d’accordo con questo blog e non è d’accordo sul fatto che altri lo leggano. Ma solo perché lo ritiene troppo vacuo, inutilmente introspettivo e inutile.

Il blog è il mio atto di disubbidienza (che ovviamente faccio insieme a lei e tutte le altre che mi hanno dato il coraggio), la coccinella del mio prato, il vulnus al chronos implacabile delle mie giornate, la mia montagna svizzera. Piacerebbe assai alla nonna di Clara.

Siamo donne o siamo zie?

Buffa questa cosa per cui le zie sono identificate, nell’immaginario comune, come parenti minori, pallide controfigure che entrano in azione solo quando le mamme sono indisponibili. Le zie viziano, sono complici in attività che le madri vietano oppure sono del tutto assenti e si presentano solo per le feste comandate o, ancora, sono personaggi familiari marginali, strampalate e divertenti.

Ma essere zia è difficilissimo e ha poco o nulla a che vedere col legame di sangue. Che poi, a pensarci bene, questa cosa del legame di sangue va bene giusto per Draco Malfoy e quei nostri terrificanti personaggi politici che predicano l’importanza della diversità: nella vita vera la parentela è fatta di affinità elettive e di cuore che sono ben al di sopra degli atti di nascita e delle norme del codice civile.

Tornando alle zie. Io, di sangue appunto, non ne ho mai avute, ma ho chiamato così due donne che hanno riempito la mia infanzia e ho sempre pensato che quell’appellativo dimostrasse tutto il bene che volevo loro. Che potenza.

I miei figli ne hanno tre e di una mia figlia porta, per mio desiderio, il nome (no, non c’è scritto, per una serie di ragioni strampalate, sull’atto di nascita ma noi lo sappiamo che esiste questo doppio nome e questo vale più di tutto. Che potenza).

I miei figli hanno anche la zia B., che non è da tutti. Zia B. dice che si è perfino accordata con Tommaso sul giorno in cui doveva nascere e, quando li penso insieme, li vedo che fanno una gara di corsa nello stadio di Olimpia.  Zia B. ci vigila da lontano e sa. Che potenza.

Io sono una zia con il cuore lacerato, perché un pezzetto me l’ha preso lui e l’ha portato via con se’. Me l’ha preso senza avvertirmi: a volte penso che l’abbia preso per rimproverami perché non l’ho sentito mentre mi chiamava, a volte penso che non mi abbia mai chiamata mai e abbia preso il mio cuore solo per caso, senza accorgersene, nella foga di andarsene. Ma il resto del cuore ce l’ho e sobbalza quando gli altri tre mi chiamano zia. E allora torno a essere una zia felice.

Dottore, Le spiego: l’umanità io l’ho divisa in due categorie di persone: le donne e le zie. Essere le seconde non è da tutte. Ed è bellissimo.

Pesi e misure

Io nella vita faccio sempre una gran fatica. Perchè porto tutta una serie di pesi senza distinguere fra i miei e quelli altrui. Io ne faccio una bracciata e, così bardata, affronto il mondo. Barcollando sotto il peso, col fiato sempre corto e le braccia dolenti.

Mettere giù i pesi altrui mi pare brutto e sospetto che per alcuni non sarei neppure più capace di distinguere quali siano. Ormai sono miei per usucapione. Mettere giù i pesi altrui mi pare segno di debolezza (ce la faccio, sono abituata, non preoccupatevi di me). Mettere giù i pesi e sentire poi i loro legittimi proprietari che si lamentano del carico mi pare quasi peggio dei pesi (per l’amor del cielo, porto tutto io ma tu taci). Mettere giù i pesi altrui e camminare più libera mi sembra troppo facile (lo saprò fare? e se è strano?).

A volte il peso complessivo è troppo e allora metto sì giù i pesi ma tutti, anche quelli miei. Li butto giù di schianto, con gran fragore e tutti mi guardano male: ma sei matta? Che modo è questo?! E allora io li riprendo tutti, alla rinfusa e quindi pesano più di prima.

Sono gli altri che mi hanno dato i loro pesi o me li sono sobbarcati io spontaneamente? E qualcuno ha pesi miei? Il sospetto è che ci sia in giro un gran mercato dei pesi, uno scambio continuo non regolato da nessuna legge, in cui tutti facciamo una gran confusione e ci portiamo rancore per tutti questi chili mal distribuiti e questa fatica inutile.

I pesi che riconosco come soltanto miei in realtà mi piacciono, mi fanno sentire all’interno di un percorso continuo. Se li guardo, ci vedo dentro le mie scelte (buone e cattive), ci vedo la strada fatta, so che mi spingeranno ancora oltre.

I pesi degli altri sono come un maglione pesante che è troppo faticoso da togliere, che tiene un caldo eccessivo ma a cui sono abituata e, senza, temo di sentire freddo. I pesi degli altri sono lì da tanto tempo e sono quasi grata che me li abbiano lasciati perché è un segno che gli altri mi riconoscono. I pesi degli altri a volte li ho proprio chiesti io.

Oggi, mettendo in pratica un suggerimento a cui sono molto grata, ho deciso di restituire un peso. Ho proprio detto, tieni, questo è tuo. Ed è stato faticosissimo metterlo giù. La destinataria magari lo porterà pure meglio di me (visto che è suo) ma ho letto lo sconcerto sul suo volto e a me è rimasta la sensazione di essermi colpevolmente sgravata. Chissà però che lei non ne renda a me qualcuno dei miei che magari si porta da anni.

E quindi mi incammino, un po’ più leggera ma tanto incerta. Non oso guardare fra le mie braccia e esaminare i pesi che mi restano. Per oggi basta così.

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Be mindful!

Può capitare di essere state in tensione tutta la mattina ma di sentirla tutta quando solo quando si è allentata. Può capitare di ripensare a quello che si è fatto e non aver nulla da rimproverarsi, tanto che perfino la Rottemeier sta quieta in un angolo. Può capitare di non potersi permettere di riposarsi perché si deve subito affrontare un’altra prova che un po’ ci spaventa ma che non si può (non si vuole?) evitare.

Può capitare l’ennesimo pranzo in solitudine, stralci di un film assolutamente britannico (“We’re all traveling through time, together, everyday of our lives… All we can do is do our best to relish this remarkable life“) per immagini e contenuti, che fa anche un po’ commuovere e a volte capita perfino un cioccolatino che ci siamo comprate per addolcire la vita.

Può capitare però che la vita, ora che finisce la pausa del pranzo e ricomincia il lavoro, non sembri tanto dolce (a dispetto del cioccolatino) perché è sempre uguale e sempre troppo diversa e siamo stanche e vorremmo stare a guardare e non fare, o forse sparire per un attimo senza fare troppo rumore o dare spiegazioni.

Poi però arriva un raggio di sole (rarità in questi ultimi giorni) e mi vengono in mente le parole di Nick Cave: “Be mindful of the prayers you send / Pray hard but pray with care
For the tears that you are crying now / Are just your answered prayers“.

Non ho idea se queste due cose (raggio di sole e canzone) siano connesse, ma io mi sento subito meglio. E mi attacco a questa sensazione e lascio che si annidi nella pancia. Apro il blog (sorrido mentre digito la mia password bronteiana) e inizio il pomeriggio.

St. Elmo’s fires

Avete presente quella sensazione di quando vi accadono quelle piccole che cambiano il modo con cui si percepiamo la realta? Può accadere in negativo e in positivo. In negativo è quando va tutto bene ma succede qualcosa, o vediamo qualcosa o ci ricordiamo qualcosa che offusca la sensazione piacevole. Può accadere  in positivo, quando – chissà perché – ci sovviene un pensiero che ci rasserena e ci tranquilizza.

Io non è che ho presente questa sensazione. Io ci sono immersa fino al collo, in questa sensazione. Per me sono montagne russe continue di “va tutto bene ma allora perché ho questo nodo allo stomaco?” e “ho paura ma continuo lo stesso perché sento che poi andrà bene”. Bipolare to the backbone, come dicono gli inglesi.

Il mese di maggio di quest’anno si conferma, come ogni anno, il mese che io detesto di più e non mi interessa un corno della primavera, del freddo che allenta, delle vacanze estive che si avvicinano. Maggio per me è periodo di esami, se non più quelli scolastici quelli della vita che, come è noto, non finiscono mai ecc. ecc..

Maggio per me, come madre, è il mese di delirio delle feste di fine anno, delle recite che iniziano ad improbabili orari pomeridiani, dei tornei sportivi e delle temibili cene di classe. A maggio, come avvocata, mi scadono invariabilmente i termini di deposito per atti complessi o terrificanti (o complessi E terrificanti), i giudici mi fissano udienze decisive, colleghe imprudenti mi chiedono di parlare a convegni e compaiono clienti con problematiche giuridiche di scuola, mai esplorate in precedenza. Quest’anno a tutto ciò si aggiunge il trasloco imminente, perché l’asticella va sempre alzata, altrimenti mi squalificano (non può esserci altra spiegazione).

Mentre dunque affronto questo Maggio (ah, dimenticavo: mese che è stato foriero delle più spettacolari crisi di ansia della mia esistenza) cercando di non ricadere in vecchie trappole emotive e di non seguire i soliti, noiosi, pavloviani percorsi di disperazione, mi capita di notare una serie di piccole fiammelle che mi guidano nel buio.

Le fiammelle sono: una mail di una lettrice del blog che mi dice che aspetta i mei post (che mi ha portato a fare ordine nella casella di mai del blog post che non controllavo mai – tanto, chi vuoi che mi scriva!); una mia amica che, da lontano, mi ha dato una serie di indicazioni per correggere una presentazione in powerpoint (che mi ha reso la sistemazione del file divertente e leggera invece che tetra e noiosa); un marito che mi ha portato un libro sul tennis che per me ha il profumo di letture di tanti anni fa; un messaggio stamani che domanda di me e del mio scrivere (che mi ha portata a questo nuovo post); una telefonata per un invito a pranzo; l’aver collazionato, ancora per una volta a due mani, tutti i documenti per una notifica in proprio, sghignazzando e bevendo caffè (che mi fa pensare che in due, ma anche di più, le cose si fanno meglio e più volentieri); lo scrivere sulla agenda arancio tutte le cose che mi vengono in mente ma anche gli appuntamenti dal dentista e le udienze (ci sono riuscita solo dopo 6 mesi, prima tenevo tutto separato); l’aver scritto una mail che non avevo il coraggio di scrivere; il pensiero che domani vado a vedere mio figlio recitare in inglese (yes!) in una piccola produzione della scuola .

Tanti anni fa, quando le commedie anni ’80 non erano vecchie e io non avevo nemmeno 18 anni, vidi questo film, St. Elmo’s Fire, in cui Rob Lowe dice a, mi pare, una giovanissima Demi Moore: “Honey, you know, this isn’t real. It’s St. Elmo’s Fire. Electric flashes of light that appear in dark skies out of nowhere. Sailors would guide entire journeys by it, but the joke was on them… there was no fire!”.

E invece le mie fiammelle sono vere. Mi guidano e mi serve guardarle. A a volte sono io che metto il lumino per qualcun altro. La Signora Rottermaier è già qui che dice “chi vuoi che lo segua, il tuo lumino”, ma la piccola bionda ne ha già lasciati per terra una manciata, tutti belli accesi, e la strada è più illuminata per tutti.