Sono stati mesi di lacrime e sangue.
Ho iniziato a dicembre facendo due conti e il risultato dava zero. Uno zero umiliante e totale.
E’ ricominciata la paura dell’errore. Ma sono viva e posso sbagliare. E allora sono comparse le farfalle color di zolfo e i segmenti piccoli e significanti con tutte le madri del mio percorso, tanto arduo e tanto potente.
Il corso Labodif sul corpo. Cosa mi piace fare col corpo? Thinking is my fighting.
E tanti pianti e tante lacrime. Domande a caso, frutto del bisogno. Il bisogno lo può soddisfare chiunque, il desiderio solo chi prendiamo come riferimento.
Poi la decisione di cambiare, di trasferire altrove mente e corpo. In quest’ordine.
E poi la soglia. La danza antica di spostare il peso di qua e di la’, che ho disimparato e che mi fa paura. La deficientina imparata teme la bambina indomata.
Le gocce. Che hanno innaffiato questi mesi, che non volevo e ho bevuto obbediente. Non ero sola, ma non lo vedevo.
Il rito del passaggio. Altro corso, altro percorso.
La scoperta del mio mestiere. “Ci credo che nessuno vuole una come te che odia il suo lavoro!” Che ceffone! Allora provo a risignificarlo, questo maledetto mestiere
Il trasloco con la febbre. La stanchezza e l’eccitazione. La stanza piccola e colma di cose. Sempre ancillare a quella del collega. Ma operativa, viva, un centro di comando. Mia.
Ma di nuovo la paura di non essere abbastanza. Di non essere vista. Metto la A di avvocata. Ma sbatacchio. Faccio un piccolo investimento.
E allora STOP. La Rottermeier si riavvia lo chignon. Alza la mano e fa alcune domande.
Quanto investirai ancora delle tue energie, del tuo tempo, del tuo denaro? E se investi troppo e sarai delusa? E quando lo saprai? Chi definirà il momento in cui potrai trarre le fila e fare bilanci? Stai quasi certamente sbagliando (questa è un’affermazione sottesa alle domande)
Ma io ribatto. Sono stanca e accaldata, ma ribatto e dico: e se, cara la mia signorina R., e se il bilancio finale non ci fosse mai, ma ci fosse solo un uccello da guardare dall’alto? E se non contasse il punto ma percorso? E se gli errori facessero di me quella che sono e senza errori fossi incompleta?
La Rottermeier non sa cosa dire. E non è tanto che non lo sa. E’ che per la prima volta le viene il DUBBIO di avere torto. Perché io non le sto parlando da sola, ma sulle spalle di tutte le madri di quesi mesi. E tutte queste donne le piacciono, imperfette come sono. Sono attraenti nella loro imperfezione e oltretutto non le paiono cattive ma anzi – possibile? – sono pronte a pettinarle con dolcezza quei vecchi capelli color topo.
La Rottermeier sospende il giudizio, sosta come le hanno insegnato a scuola. Sa che può sbagliare. E che, nel caso, non succede proprio nulla. Il segreto è tutto in quella E.
