La firma

Avvocato, quanto mi costa una letterina? Domanda senza tempo e che travalica il genere, l’età e la condizione economica dei clienti. la fanno quasi tutti.

La letterina, amici miei, va firmata e la firma implica responsabilità professionale, studio, preparazione, lettura di tutte le carte (anche quelle inutili) che mi avete portato ad esaminare.

Ma non mi nasconderò dietro questa premessa, pur veritiera. Per me la firma è sempre stata uno dei miei spaventevoli e più ricorrenti lupi che tanto mi fanno paura. “Non voglio firmare!” – ho detto davanti al mio primo atto e a tutti gli atti successivi. Non voglio la responsabilità, non lo so fare! Beh non ho proprio detto così e quindi ho firmato ma ogni firma ha portato con se’ enormi patemi d’animo, tantissima insicurezza e sfiducia nei miei mezzi, un folle terrore di sbagliare, tanto che la mia vita lavorativa è sempre stata poco meno che infernale. Pur di avere qualcuno che firmasse con me ho cercato collaborazioni con altri colleghi per poi lavorare solo io, ho accettato di condividere compensi, mi sono nascosta dietro un altro o un’altra, mi sono smaterializzata ed alla fine a non trovarmi più ero proprio io.

E poi, con il tramonto della vita lavorativa così come la conoscevo e i cambiamenti degli ultimi mesi qualcosa è cambiato.

Per cominciare mi è stato detto che noi donne abbiamo (e i figli veri non c’entrano niente) la placenta e “la gestazione la sappiamo”. Quindi siamo madri di idee, progetti, percorsi che concepiamo solo se sappiamo riconoscere (ed attivare) le relazioni con altre donne che consideriamo autentiche per un qualche motivo. Ho dunque pensato che anche se sono molto diversa da un uomo con la cravatta o da una donna in tailleur non è detto che non possa concepire un modo di fare l’avvocata diverso, nuovo e altrettanto efficiente di quello tradizionale. E che ho potuto aspettare venti anni per capirlo e non è un problema. Posso elencare tante donne che fanno le cose in maniera diversa e tanto mi basta.

Poi mi è stato detto: e se sbagli che succede? E accanto all’implacabile è comparsa la bambina bionda che è molto più facile da perdonare e molto più disposta ad imparare dagli errori della Rottermeier. E il terrore di sbagliare si è ammorbidito.

Poi mi è stato mostrato che ci si può mettere in proprio, arredare la propria stanza con bellissimi quadri di donne di una amica pittrice e farcela pur con mille paure. E allora la nuova stanza che mi aspetta nel nuovo studio è diventata un’occasione di ripensare l’ambiente intorno a me e non una camera delle (nuove) torture.

Poi mi è stato detto che nelle mie “farfalle” c’è molta poesia e che scrivere è un modo per capirsi. E io che questa poesia non l’avevo vista, ho potuto un po’ apprezzarla con gli occhi di un’altra e sentire tutta la felicità di ricevere una lettera bellissima che ha attivato una connessione quasi elettrica fra me e chi me l’ha scritta. E forse, leggendomi, mi posso davvero cominciare a capire.

E insomma, adesso, io firmo. Scrivo (anche le letterine!), studio, leggo, parlo, gestisco il lavoro in prima persona e mi sembra tutto nuovo, tutto all’inizio, tutto da giocare. E ho sì, sempre, un po’ di paura ma è più paura dell’ignoto e quindi anche fremito della scoperta, di tutto quello che devo ancora fare, degli errori che mi aspettano, dei successi, degli insuccessi. Firmo da sola e firmo con tutte. Firmo con chi ha creduto in me quando piangevo di notte, con chi mi chiama sempre per prima quando gli succede qualcosa, con chi mi prende in giro quando dico che ho paura, con chi mi guarda perché sono la sua quella.

Firmato: io!

I Tiribilli

Conto veramente sulla – sostanzialmente nulla – circolazione di questo mio post e racconto questo.

Stamani in tribunale si è tenuta un’udienza per me molto importante per 3 devastanti ragioni: 1) i miei clienti hanno ragione (ma da qui a poterla dimostrare o a ottenere giustizia in tempi ragionevoli ed efficaci ai fini della positiva esecuzione contro debitore ne corre); 2) i miei clienti li conosco bene e quindi c’è tutto questo darsi del tu e “come stanno i bambini?” e “ho visto ora tuo marito” mischiato alle questioni giuridiche da affrontare; 3) ci sono in ballo tanti soldi per loro e io ho un cattivo rapporto coi soldi (specie quando sono tanti).

Detto ciò stamattina, mentre guidavo il motorino verso il tribunale mi son detta: beh però stamani sono meno devastata del solito, ho studiato la causa, so cosa verbalizzare. Al che ha ritenuto di intervenire l’implacabile (che occupa il sedile come passeggera) dicendo: “ti pare sempre così, cara, e poi fai sempre degli errori. Inoltre, sfido che stai bene con tutte le gocce che prendi!” Allora è intervenuta l’indomata (sì noi viaggiamo almeno in tre) che ha detto “vabbé secondo me hai fatto abbastanza e comunque su Netflix stasera troviamo una serie da ascoltarci in lingua originale in santa pace e che ce frega” Al che io, che fra un po’ non freno alle strisce, le ho redarguite entrambe dicendo che io dovrei guidare senza distrazioni.

L’udienza l’ho fatta, ho sentito le guance imporporarsi quando ho visto che non andava proprio come volevo io (ma non per un errore, a volte non vanno come si vuole noi e basta), ho verbalizzato tutto senza sabotarmi (anche su un classico “mica hai detto tutto e potevi dire meglio” dall’implacabile me lo sono fatta dire). Il giudice si è riservato e quindi posso fantasticare per qualche giorno su scenari apocalittici in cui emetterà un provvedimento dove dice che non sta a perder tempo con la causa ma statuisce solo che l’avvocata Fusi ha fatto gravi errori e guai a lei. Voi ci scherzate ma io penso proprio così.

Detto ciò sono corsa a scrivere questo post, salvagente da tutti i pensieri (cattivi), angolo personale (neanche tanto) e privato, luogo sospeso senza tempo, dove io capisco cosa sento solo quando rileggo quello che ho scritto, che è molto spesso diverso da ciò che mi appresto a scrivere quando mi siedo.

Ah il titolo, Tiribilli. Quando ero piccola ho letto una filastrocca che iniziava così: “I Tiribilli, a corpo vuoto, andavano in sette su una moto” e c’era un disegno di 7 improbabili omini impilati su una motocicletta.  Non ricordo altro. Oggi pensavo che io, la piccola e la domata andiamo in giro come i Tiribilli sul mio motorino: a volte siamo tre, a volte più di tre. Tutte con delle opinioni che ci scambiamo a vicenda. Chissà che buffe da fuori, noi Tiribille.

Quella

Quella, lei, la simile di provenienza, la madre, la mamma.

Quella che, se mi vedo piccola, ha i capelli scuri, lo sguardo che mi trasmette tranquillità, l’odore di casa ma anche un’irrequietezza che mi incuriosisce e che me la fa percepire come una persona che ha altro oltre me.

Quella che una volta prese con rabbia una valigia da sopra un armadio dicendo che se ne sarebbe andata e io me lo ricorderò per sempre perché non ho minimamente pensato che volesse lasciare qualcun altro. Ho pensato che, qualunque fosse il motivo, alla fine avrebbe lasciato me e, in effetti, come potevo essere abbastanza da contrastare la sua infelicità?

Quella che ha ridotto il suo orario di lavoro per passare i pomeriggi dopo la scuola con me e togliermi dalle grinfie di una nonna che sembrava la maestra cattiva del libro Cuore e mi aveva terrorizzato nel fare i compiti. Quella che ha sempre avuto una casa disordinata e lo ha sempre negato.

Quella, che quando ero adolescente, mi raccontava dei suoi primi amori al liceo e a cui io, che mi sentivo brutta anattroccola, non ho mai confidato assolutamente niente. Quella che traduceva le versioni di latino, dopo 25 anni, molto meglio di me. Ma io ho sempre pensato che a storia e filosofia argomentavo meglio di lei.

Quella che mi ha detto la facoltà di Lingue no! Non vorrai mica fare l’insegnante? E io le ho creduto! Quella che mi ha sempre detto che Giurisprudenza, alla fine, è una facoltà di solo chiacchere e che non ha mai avuto idea anche solo del titolo dell’esame che stavo preparando.

Quella che non ha mai festeggiato un compleanno (a partire dal suo) e ha sempre lasciato scorrere tutte le date senza alcun regalo. Quella però che mi ha regalato (e fortemente voluto), l’anno della laurea, un viaggio che ha un po’ cambiato la mia vita. Quella che, dopo tanti anni, mi ha detto di aver pianto il giorno che sono partita per Londra ma non mi ha mai telefonato per i primi giorni.

Quella che, quando ho avuto dei contrasti con mio padre per la scelta di andare a convivere, non mi ha apertamente difeso ma mi ha pagato la lavastoviglie. Quella con cui ho comprato l’abito da sposa ma che non è voluta venire a provarlo di nuovo il giorno prima perché c’era mio fratello a pranzo e doveva cucinare.

Quella che quando ha saputo che per mio padre non c’erano più speranze mi ha guardato e chiamato per nome e non ha più smesso. Da allora i ruoli si sono ribaltati e la madre sono io.

Quella che mentre io stavo partorendo è arrivata in ospedale piangendo e l’ho dovuta un po’ consolare. Quella che ha sempre ritenuto doveroso proclamarsi nonna dedita ai nipoti ma poi ha lavorato fino quasi fino a 70 anni, viaggia sempre tantissimo e mi aiuta senza mai conformarsi a un orario o a una routine precisa, con buona pace del fatto che questo mi ha sempre mandato in bestia.

Quella che alla domanda “perché hai scelto di studiare chimica?” Risponde: perché volevo impressionare mio padre. A “perché hai scelto di sposare il babbo”? risponde: perché mi sembrava un tipo tranquillo (non lo era, n.d.r.). Alla domanda “cosa ricordi dei giorni dell’alluvione di Firenze?” risponde che ricorda di non aver potuto raggiungere Gilardini in centro per comprarsi un paio di stivali nuovi (ma io so che aveva un fidanzato gravemente malato all’epoca e stava malissimo).

Quella che, adesso che è più vecchia, ha paura e per lei la paura è scappare e fingere di non vedere quello che fa male.

Quella che: io mai come lei! Io tutta diversa. Io da lei voglio scappare. E poi la rivedo in una piega del viso in una mia foto, in un modo di fare (che subito correggo), nelle parole che uso. E la vedo anche quando me ne sento diversa: perché è lei comunque il termine di paragone da cui mi stacco.

Faccio i conti con “quella” tutti i giorni della mia vita. La detesto, mi fa rabbia, la giudico, la valuto, la desidero diversa da quello che è. La guardo con la mia implacabile. La bambina terrorizzata dalla valigia tirata giù l’ho messa a tacere da tanto tempo. Però pensavo che questo post sarebbe venuto fuori tutto diverso e invece non so bene chi l’ha scritto e sospetto che, se avessi scritto a mano, la calligrafia tradirebbe il tratto incerto di una bambina alle elementari.

Errare humanum est

Per me è sempre stato diabolico, invece.

Sbagliare – e non importa quanto piccolo o rimediabile sia l’errore commesso – per me significa rivivere in loop le circostanze che mi hanno portato all’errore, come una sequenza cinematografica se non proprio dell’orrore almeno ripetitiva e noiosa. E che fatica.

Giustamente mi si chiede: ma se sbagli alla fine che succede? La domanda è così ovvia che un po’ mi spiazza sempre. Non succede quasi mai niente, solo che parte il film e io sono condannata a rivivere l’errore mille altre volte. Chi ce l’ha il telecomando per spegnere il film? Per l’amor del cielo vi giuro che io non ce l’ho.

Che poi la vita senza errori, che noia. La vita senza errori è disumana e non esiste. E tutti li facciamo e siamo sempre qua. Lo so, ma il film parte lo stesso. E quando li fanno gli altri, gli errori? Quando li fanno gli altri grazie al cielo non sono io e il film non parte. Mi pare tutto molto semplice.

Che poi ho scelto il lavoro sbagliato. La rincorsa ad un impossibile perfezionismo è una delle cause più comune del burn out degli avvocati anche perché per noi gli errori degli altri colleghi sono spesso occasioni di vittoria, li cerchiamo col lanternino e li eccepiamo felici appena possibile. Questo potrebbe essere un campo di studio per Labolex, ora che ci penso. Questo segmento va spezzato!

Mio figlio – che mi ha capito da tanto tempo anche senza aver letto la Szymborska – quando mi vede mortificata da un errore (in genere lavorativo) rincara la dose: sei un’incapace! E ride. E io sento – in maniera molto salutare – la ridicolaggine della mia condizione. Eppure.

PHOTO-2018-07-27-09-12-47

Però oggi rileggo questa poesia riattivando un segmento con colei che me l’ha data con la seguente ricetta: “leggere 2 volte al giorno per una settimana e poi una volta al giorno per 1 mese”. E io non ho mai seguito la prescrizione della dottora: ecco dove ho sbagliato!

 

 

Cornicioni caduti e la nonna

Ricostruire, come fosse un cornicione caduto, la capacità di stupirsi dice la mia agenda Labodif. Avere fiducia in se stesse e andare a se’ come l’unico luogo per essere.

Chissà se l’ho mai avuta un po’ di benevolenza nei mie confronti. Nel caso, non me ne ricordo più. Quando guardo le cose belle che ho fatto nella mia vita sono preda della sindrome dell’impostora: sono capitate per caso o per pura fortuna o perché nessuno si è accorto che ero io che le facevo, quella sbagliata. I risultati scolastici, per esempio. Io ho studiato 26 esami intervallando la lettura del testo di riferimento con letture a caso in inglese (tenevo il libro che mi piaceva proprio materialmente sotto quello ufficiale) e pensavo che se mi avessero visto studiare così (lettura di dieci righe sul sinallagma contrattuale e 4 della biografia di Kathrine Hepburn o di Wuthering Heights) mi avrebbero bocciata: ma nessuno la sapeva e di solito prendevo 30. Ma anche Lorenzo: mai avuto un ragazzo nel senso vero della parola. Poi incontro lui e sento subito che va bene, che sono tranquilla, che è quello che voglio anche se non è esattamente un asso nell’interagire coi miei genitori. Siamo ancora qui dopo più di 20 anni, molto felici. Ma io mi dico: mica avevi capito, hai voluto sfidare i tuoi e hai avuto fortuna. E chissà come mai lui si prende la briga di rimanere con me, che sono tanto difficile. Poi l’esame per avvocata. L’ho studiato senza libro in inglese sotto ma con più leggerezza, mi pareva di non avere più la forza dello studio matto e disperato dell’università e infatti sono stata meno brillante. Mi hanno passato, come è possibile? In tutte le precedenti sessioni avevano bocciato sempre uno dei 5 candidati del giorno. Nella mia passammo 5 su 5: che fortuna! Venti anni di lavoro col mio socio: si vabbé mi ha scelto perché all’epoca aveva bisogno di una collaboratrice di studio e mi ha tenuto perché sono testarda e lavoratrice e si è associato con me perché non aveva scelta, né voglia di lavorare e io ero disposta a farlo per lui. E ancora i miei figli: sono belli da fare paura, intelligenti, vivaci, aperti alla vita. Non si sono accorti forse di quanto la loro madre sia piena di paure, sia scoraggiata, abbia sempre bisogno di un sostegno? Li guardo sempre, loro sì, con meraviglia: possibile siate venuti da me?

La mia domata è impietosa e non mi riconsce mai niente. Ma il punto è che adesso la vedo e non mi ci identifico più totalmente e quindi ho un po’ svelato l’inganno. Non sono più una: sono la domata, ma anche l’indomata che si ribella furiosa, ma anche una terza che le guarda da fuori e perfino una quarta che guarda finalmente anche le altre e vede che ciascuna la autorizza in qualcosa che le da’ finalmente sollievo. Da ciascuna io prendo un segmento che mi completa.

Stamattina ho accompagnato mia figlia al circolo del tennis dove sarà raccattapalle in un torneo juniores. E pensavo a mia nonna che circa 100 anni, quando era ragazzina, faceva la raccattapalle nel circolo di Bordighera e ricordava di aver perfino visto William Tilden. E l’ho pensata in una nuova luce, senza giudicarla per la sua vita o per cosa ha fatto che sia valevole secondo i parametri dell’ordine dato. Ho pensato che, anche grazie a lei, siamo tutte qui fino alla sua pro nipote che fa le stesse cose 100 anni dopo. Ho pensato che l’ha fatta anche lei questa nipote nuova, anche se nessuna di loro due lo sa. Mi ha dato un brivido di connessione. C’è davvero un altro modo di sentirsi al mondo. E’ nuovo e non lo sento ancora al pari dell’altro che conosco a memoria.

Ma c’è. Me lo ha detto una ragazza di cento anni fa.

IMG_8518

 

C’è un principe dentro di me?

Quando tutto mi va malissimo e sento che non ce la faccio più, allora provo a peggiorare le cose, mi costringo a ricordare le emozioni più belle mai provate prima, e quando sono assolutamente sicura di non poter più resistere, vado avanti fino ad un attimo dopo …
allora so che posso sopportare qualsiasi cosa.

Così dice il personaggio di Karen Blixen in La Mia Africa. E io ho sempre ammirato gli zigomi ossuti di Meryl Streep mentre lo dice, con lo sguardo fisso e una determinazione che a me è sconosciuta.

Ci sono momenti così nella mia professione. O forse, io ho momenti così nella mia professione.

E c’è una scena in cui lei accarezza una piccola civetta e gli domanda: C’è un principe dentro di te?

Ecco, a volte guardo la mia vita lavorativa e me lo chiedo. Non vedo nessun principe ma solo una piccola lavoratrice sotto pagata. Poi mi dico che devo togliere piccola (perché uso il metro dell’ordine dato), poi devo togliere lavoratrice e scrivere avvocata. Poi mi ricordo che devo aggiungere qualcosa e non sempre togliere. E aggiungo la tenacia. Poi aggiungo le righe di questo blog, che sono balsamo su vecchie ferite.

E poi vado avanti fino a un attimo dopo.

index

Il tempo che fa

Il Chronos mi insegue come il bianconiglio. I’m late, I’m late for a very important date! Ma più corro più resto indietro (the faster I go, the behinder I get).

Il Kairos c’è soltanto in alcuni momenti d’oro dove tutto si ferma (standstill), la vita è sospesa e ci sono solo le farfalle color di zolfo nello stomaco e intorno a me.

E poi c’è il tempo dell’acqua. Ovvero quando io cerco di camminare ma è come se le mie gambe trovassero la resistenza dell’acqua e vado pianissimo e con grande fatica. Da piccola questo era il mio incubo ricorrente: dovevo correre da qualche parte ma non ci riuscivo se non trascinando le gambe con enorme dispendio di energia.

Stamani è così. Il tempo chronos va impietoso per la sua strada. Il kairos è altrove, stamani non lo afferro (mi viene il sospetto che non lo sto cercando. Chissà). In compenso io sto nell’acqua e annaspo camminando sul fondo della mia invisibile piscina. Che fatica, che fatica.

Ho deliberatamente interrotto il mio lavoro per scrivere queste righe (dovreste vedere la faccia dell’implacabile che freme per inviare una pec), per capire perché non riesco ad uscire dalla piscina o, se proprio non riesco, almeno come fare a galleggiare. Cerco il mio tempo anche se dispongo solo di unità di misura inidonee: misuro l’acqua in metri fatti e non in litri necessari per galleggiare, calcolo la distanza in volumi di attività prodotta ed è sempre tutto sbagliato.

Nell’agenda, al giorno di oggi, scrivo: bagnata ma ferma.

index

Una poltrona tutta per me

unnamedLo scorso ottobre avevo comprato una poltrona azzurro scuro per la mia stanza in studio. Era un po’ costosa ma mi piaceva e poi volevo un posto dove accoccolarmi in pausa pranzo per leggere o telefonare e staccare da tutto e da tutti. Mi sembrava un po’ strambo avere una poltrona in un ufficio, per questo mi piaceva l’idea. Me la ero concessa come un capriccio, come un premio per la mia resilienza in un lavoro che trovo tanto arduo. La poltrona però appena arrivata aveva davvero completato la stanza, aggiungendo una pennellata di colore, un tassello visivo piacevole che contemplavo contenta dalla mia sedia.

Neanche un mese dopo averla installata (e lungi dall’averla pagata completamente) mi hanno diagnosticato un alto tasso di colesterolo e il medico mi ha prescritto di camminare e svolgere più attività fisica possibile. E’ finita così che la lettura in pausa pranzo mi è subito sembrata una voluttà proibita: dovevo muovermi, altro che stare rannicchiata in poltrona!

Poi è arrivato Gennaio, portandosi l’odore maledetto dei conti zoppicanti di fine anno e la conseguente austerity finanziaria. Le piccole rate per la poltrona mi sono apparse improvvisamente pesanti. Sulla poltrona ho cominciato a consumare i pasti portati da casa, l’ho usata per farci qualche bel pianto, senza però riuscire a sentirla davvero mia.

Da pochi giorni ho deciso che a luglio cambierò studio e stanza e la poltrona non troverà posto nella nuova collocazione. Per qualche tempo l’ho guardata scuotendo la testa: stupida poltrona acquistata dalla vecchia me. Un po’ ti odio.

Eppure lei mi guarda sempre con occhi buoni, che dicono “ero per te, ci eravamo scelte. Siediti ancora!”. La mia implacabile dice che le poltrone non dicono mai niente, se ne stanno lì e basta, sarò mica pazza? L’indomata piccola ci sale con le scarpe (per far dispetto alla domata) e ci succhia un lecca lecca. Io le guardo tutte e tre da fuori (la poltrona, la grande me e la piccola me) e penso che questa vicenda sia quasi divertente. Per un momento mi distraggo da tutti i pensieri che il cambiamento in arrivo mi porta.

Credo che farò così: trasferirò la poltrona nel mio salotto a casa al posto di quella vecchia c’è adesso. La porto nel tepore di casa mia e non la odierò. Ci leggerò sopra tutti i miei libri e così faranno i figli e così farà Lorenzo. E la gatta.

Nella stanza nuova nel nuovo studio ricomincerò da capo. Qualcosa mi verrà in mente per renderla davvero mia, “inaddomesticata e selvaggissima” come la stanza che tutte le bambine del mondo hanno o vorrebbero avere. Devo cercare altre cose per arredarla. E avrò un sacco da fare perché, come dice Pippi Calzelunghe, la professione di cerca-cose (come quella delle avvocate, aggiungo io) non lascia mai un momento libero.

Cicogna

Il mestiere di avvocato è vecchio e il solo nome evoca toghe nere con nappe d’oro, vestiti da uomo, aule di tribunale e grandi ammassi di scartoffie.

Il mestiere di avvocata è più recente e il nome evoca donne di corsa, con borse per i fascicoli insieme alla borsa di tutti i giorni, vestiti da donna con un’ombra di grigio maschile e ammassi di scartoffie (in genere più ordinati).

All’avvocata si applicano ancora tanti cliches molti dei quali non possono essere esplicitati ad alta voce e quindi sono imprigionati in gesti, atteggiamenti e modalità di rapporto che non sono per questo meno visibili e veri.

Noi avvocate siamo tante e, anche se siamo tutte nate e formate al modello maschile (finto universale) dell’avvocato che fu il nostro dominus originario, cerchiamo la nostra strada in un disagio costante che è spia e sintomo della nostra accensione.

Ricordo benissimo il mio primo giorno di pratica. Ricordo che lo stanzone che mi aveva assegnato – insieme ad un’altra ragazza fantasticamente pazza – mi sembrava una prigione. Un giorno che mi annoiavo mortalmente scrissi una poesiola in inglese che a un certo punto faceva: “this golden prison of mine”. Non rammento altro se non che guardavo la finestra mentre scrivevo. Avevo 24 anni.

Da poco ho scoperto che sono sempre rimasta lì, anche dopo esserme andata. Sempre in prigione. Hai voglia a battere i pugni alla porta: i secondini mi portano solo da mangiare perchè non muoia. Ma non mi liberano.

Ma recentemente, dopo altri 24 anni, alcune donne hanno sentito la mia voce. Una mi ha dato la torta con la lima. Una un lenzuolo annodato da gettare oltre le sbarre. Una ha giurato che sarà sotto quando evado. Una ha detto che distrarrà le guardie. Una mi ha detto che, se guardavo bene, le orme del mio camminare nella angusta cella, i circoli ripetitivi e viziosi lasciati dai miei piedi formavano un disegno. E che devo spostarmi più su per vederlo.

index

Queste donne mi hanno dato la cicogna e la libertà. Cercherò di salire più su e di guardare, stupita, il disegno.

Di soglie, di ponti e di danze vecchie e nuove.

Questo blog è nato perché mi è stato detto da Lorella che ero viva e che si vedeva che ero viva. Questo blog ha una risonanza nelle mie colleghe e me lo ha detto Elena, a cui l’ho mostrato per prima, e che ha anche un suo post preferito. Questo blog fa sentire un po’ meglio anche chi non fa il mio mestiere, mi assicura Anna Maria. Valentina spedisce nell’etere il mio blog verso avvocate neo-madri. Judith lo legge ad alta voce per tutte, è il mio audiolibro. Lisa lo approva e lo dice senza ironia. Lucia ci si ritrova e le chiederò se posso usare, per uno dei miei post, uno dei suoi acquerelli con tanto verde chiaro. Gianna me lo ha risignificato e messo in relazione con la mia donna ammirata. Gio apre all’impensabile e all’indicibile chiedendomi se mi piaccia scrivere (non ci ho mai riflettuto!). Nico dice che col blog mi sono spostata. Silvia fa il tifo (fidati, Fra) per le lacrime che accompagnano la stesura di quasi tutti i post quando uso il fazzoletto che Gabri mi ha dato un anno fa nella gelida campagna senese e mi vedo con gli occhi di Sara che mi ha fatto la foto in quel momento.

Il mio blog è la quantità minima per il cambiamento, la soglia su cui appoggio il piede danzando di una danza leggera e non goffa. So ballare da sempre, solo che non lo sapevo. Me lo ha detto la bambina piccola e bionda che mi parla da una foto sfuocata eppure nitidissima e mi racconta di una nonna con un nome che non è sempre stato antico che sarebbe stata una bomba nella scuola giusta, con le maestre giuste. Sarebbe stata pazza, leggera e divertente come Lella Costa, ma col viso angelico e la signoria di K.H..

Stasera ho tinto le unghie di rosso ed esprimo col corpo come mi sento dentro. Festeggio disagi, fallimenti, conflitti, cambiamenti, modifiche della rotta, salti nel buio e viaggi senza bussole che non mi appartengono. Sono avvocata con la A maiuscola e minuscola. Ho appena scoperto che Simonetta Agnello Hornby è una Family Law Solicitor e diventa subito un’altra mia donna bella nella mia Londra bella. E nasco da lei: simile da simile.

E ballo.