Spostamenti

Tutte le mattine mi alzo e scalo la montagna.

La montagna a volte è soltanto alzarsi e vestirsi. A volte è scrivere una comparsa conclusionale. A volte è un’udienza. A volte è un cliente. A volte è il lavoro che manca, che spero non manchi. A volte sono i guadagni. A volte è l’essere avvocata.

In ogni modo devo scalare. E scalo dicendo invariabilmente: perché proprio io? E scalo vergognandomi di quello che ho appena detto.

Sposta lo sguardo! Mi gridano tante donne bellissime. Una proprio ieri. Sposta. Lo. Sguardo.

E spostalo e falla finita! Mi dice l’implacabile dentro di me.

Spostalo per favore e guardami! Mi dice la piccola.

Lo sposto con voi e cosi posso essere felice e non più tanto sola. Sento la fisicità dei piedi che si muovono. Dei piedi dello sguardo! 😀

Ho fame di madri.

Potere e dovere

Premesso che ormai sto delirando su questo blog, scrivo che oggi sono stata corretta, in un segmento di madrità, dicendo che non DEVO fare una cosa ma invece POSSO farla. Questo sposta di un bel po’ la questione, soprattutto la questione viene messa nelle mie mani e non in balia di un terzo (foss’anche il fato o il destino) al quale devo ubbidire e o rassegnarmi.

Il punto è che se una cosa la DEVO fare ecco che scatta subito per me l’imperativo morale di farla. Facile no? Devo farla, eh. Ma il “posso”? Il posso sono un altro paio di maniche. E io non rispondo a posso (stavo per scrivere al “comando di posso” per dire quanto sono irrecuperabile), c’è troppa volontà da considerare, troppo arbitrio.

Quand’è che ho smesso di sentirmi autenticamente me stessa? Non lo so. Se chiudo gli occhi vedo una bambina, forse sono io o forse no. E’ biondina, può essere che sia io.

Cosa mi ha fatto dismettere i panni di qualla bambina, scordarne i desideri, annullarne le volontà e renderla semplicemente obbediente e incapace di capire cosa è meglio per lei e cosa no? E perché quella bambina è sola? E a chi obbedisce?

Ho fame di madri e di relazioni e non le so tessere, peggio: non le so vedere. So che le POSSO vedere e non ci sono comandi che tengano. Ci siamo io e le altre che riconosco autorevoli, che non mi comandano ma a cui riconosco autorità.

Chi diamine siete? Mostratevi. Vi cerco.

 

Il palloncino

Io non riesco mai a trovare il palloncino rosso. Quello che serve a rendere più leggeri i momenti difficili, quando la saliva sa di ferro e lo stomaco si torce.

Quello che ti dice “adesso passa”, quello che ti permette di continuare, quello che ti fa planare dall’alto con leggerezza e magari anche un po’ di ironia.

Io lo vedo sempre in alto, il palloncino, che sale in cielo sopra la mia testa, inafferrabile e lontano, con la cordicina che penzola beffarda.

Il palloncino lo vedo spesso in mano agli altri e quelli che riescono ad afferrarlo sono i miei eroi e le mie eroine perché hanno saputo prenderlo e non farsi fagocitare dal gorgo delle emozioni.

Che bello il palloncino. E’ rosso. E tutti i bambini ce l’hanno. Lo devo aver avuto anche io e chissà quando l’ho perso e se adesso la vecchia me può catturarlo e restituirlo alla piccola. O se la piccola sono sempre io e quindi è tutto più facile.

Il palloncino sono tutte le donne come me e anche quelle diverse, quelle vissute molto prima e quelle che devono nascere. Lo scrivo per non dimenticarmene. E le inseguo.depositphotos_90344490-stock-illustration-red-balloon-icon

Voglio essere autentica

Mi sono svegliata nel 2019 in un mondo che non conosco più, di cui non ho coordinate, che mi è estraneo totalmente. Sono assolutamente sperduta e mi aggrappo a questo essere sperduta perché non può che essere l’inizio di qualcosa.

Bisogna essere sconfitte prima di assaporare la vittoria, bisogna esspere spente prima di accendersi, bisogna essere autentiche e non accontentarsi della libertà. Bisogna non guadagnare nulla per capire il valore del lavoro. Bisogna essere state sole per capire il valore della relazione.

Sto sperimentando tutta la difficoltà, la durezza, la ferocia, di un lavoro che mi si sbriciola fra le mani. O forse si sbriciola il mio vecchio modo di guardarlo. O forse è troppo grigio fuori della mia finestra e io non sposto l’elefante.

Ieri mi sono sentita avvocata perché una donna ha detto che mi avrebbe pensato in una certa circostanza come tale. Ma la mia parte vecchia si ribella e resiste e dice che non è abbastanza. Mi devo definire e ho paura.

Sento il bisogno di un abbraccio, sempre, e corro il rischio di chiederlo.

Piccola E significante

Oggi ho parlato con una piccola imprenditrice (di settore totalmente diverso dal mio) e insieme abbiamo trovato una serie di comunanze e similitudini nei problemi da affrontare nella realtà lavorativa di tutti i giorni. Problemi economici e non.

Ma la piccola (piccolissima) imprenditrice brillava di una forza e di una determinazione che mi hanno illuminato. E mentre la ascoltavo pensavo, anche io come lei! In totale opposizione al sentimento di misoginia femminile che spesso anima i rapporti fra donne diverse.

Io invece oggi ho sentito tutta la signoria e disparità di questa donna. E mi sono spostata capendo improvvisamente quello che ieri un’altra donna mi aveva scritto a fronte della mia (solita!) lamentela che sono piccola e insignificante. Vorrai dire piccola e significante! – aveva detto.

Ma solo stamani l’imprenditrice mi ha mostrato la E che pure avevo davanti al naso. L’imprenditrice ha smesso di essere piccola ai miei occhi e io ho significato molto di più.

Il seme

A volte c’è un seme che germoglia nello stomaco e da lì nasce la speranza, piccola pianticella verde splendente.

A volte il seme è sepolto troppo in basso e la terra sopra è troppo greve perché riesca a bucarla e ad uscire a respirare.

Nei lunghi solitari pomeriggi alla scrivania il seme va e viene, prende forza e la perde.

Il seme è molto coraggioso e non demorde. A volte fa qualche esercizio e si protende oltre la terra scura con dei filamenti di pianta. A volte è sopito e scoraggiato.

Ma c’è. E vigila.

CappuccettA e l’aperitivo

L’ora del lupo torna tutte le sere.  Il lupo si veste sempre in maniera diversa e con questo pensa di contrabbandare la sua presenza come nuova, quasi si facesse portatore di nuove circostanze che devono essere affrontate per la prima volta.

Il lupo sa che ha di fronte una cappuccettA rossA piccola, orfana e abbarbicata a una serie di valori che le hanno spacciato come universali e invece appartengono ad altri totalmente diversi da lei.

Il lupo sa che cappuccettA, anche adesso che lo ha capito, ha una paura matta di staccarsi da quei valori perché – anche se si è sempre sentita inadeguata e fallace – quei valori sono il suo punto di riferimento da tanti anni, sono la sua coperta di Linus, sono tutto quello che conosce(va).

Il lupo sa che cappuccettA è sì, quando vuole, un’alunna modello ma a modo suo. E che quel “modo suo” a volte esce solo per sabotarla e per questo lei accetta tutto quello che il lupo le dice e le rimprovera e più il lupo fa così più lei si attacca al modello iniziale che le hanno insegnato quando era così piccola.

CappuccettA è piccola ma è dura e vuole la madre e rifiuta la madre e chiama la madre e non la sa vedere. E se la vede non la vuole. E se la vede non si fa vedere.

Perché tu, malvagia ora, dai paura e incertezza?
Ci sei — perciò devi passare. Passerai — e qui sta la bellezza.

Così dice la Zymborska. E la bellezza gliela mostrano tutte le le madri che stanno chiamando cappuccettA e che le mostrano segmenti che lei non ha il coraggio di afferrare. Ha paura cappuccettA, mi sentite?!! Lo so che mi sentite.

Ma il giorno che afferrerrà questi segmenti, oh quel giorno la bellezza arriverà e cappuccettA sarà una magnifica signora, con una genealogia femminile alle sue spalle (di madri e maestre che già sa nominare) e una postura nuova. E alle 6 andrà a farsi un aperitivo con la sua lupacchiotta che, incredibilmente, le somiglierà pure un pochino.

 

Figlia

Ho iniziato a scrivere questo blog pensando di aver capito, pensando che se trascrivevo, da alunna diligente, quello mi era stato insegnato avrei trovato la pace mentale, l’quilibrio e la stabilità che mi pare di tanto agognare.

E, come sempre, per un po’ ha funzionato. Per un po’ scrivere qua è stato terapeutico. Scrivevo e mi liberavo del peso. Invecchiava il blog e non io.

E poi non mi è piaciuto più. Era diventato un contenitore di solo disagio senza scintilla di desiderio, senza moto di cambiamento. Era diventato uno specchio che mi ritraeva piccola, brutta e soprattutto sola. Ed era quello che non avevo notato: che ero, ancora una volta, sola!

E invece il blog era nato, come tutto, dalla relazione con un’altra, relazione che avevo dato per scontata. Peggio, l’avevo ridotta ad una mia azione scollegata da tutto, nella mia solitaria battaglia contro me stessa, nella mia personale crociata contro l’ordine dato partendo dall’ordine dato.

Ieri la madre del segmento che ha fatto nascere il blog me l’ha fatto notare e il blog è tornato a fiorire. L’ho riaperto oggi, tremebonda, ma riesco a scrivere. Grazie a lei.

E, sempre oggi, un’altra mi ha fatto notare un altro segmento: ha spostato il mio sguardo su un guizzo che ho avuto ieri sera grazie alla relazione che avevo riattivato e di cui non avevo colto la connessione!

Ho quindi fatto due splendidi, gravi errori. E ne farò tanti altri. E mi vedo coraggiosa che li faccio e li dico. Lo dico tremando e uscendo dalla vecchia me: e mi fa tanta paura e non ho idea di dove vado.

E dunque vado. Venite tutte con me!

 

Il groppo

Va bene. Lo studio va ridimensionato, ci sono troppe spese e pochi guadagni. Insieme alla fotocopiatrice più piccola, al riciclo forsennato della carta, all’eliminazione di una linea telefonica c’è anche la riduzione del lavoro della segretaria storica, preludio al suo licenziamento. Se la vita voleva mettermi alla prova doveva fare solo questo: farmi sedere di fronte alla persona con cui ho condiviso tutte le mie paure e ansie degli ultimi 20 anni e dirle: mi spiace, non ti posso più pagare. E piangere insieme.

Vecchie ditte clienti hanno chiuso, non ne entra quasi nessuna o sono molto diffidenti e (forse giustamente) restie ad investire nella giustizia e nell’aiuto professionale.

Io sono qui con un groppo più grande di me, più grande di tutti gli investimenti che ho fatto per questo mestiere, più grande della mia buona volontà. E ho paura. Di aver fallito, di non aver costruito niente.

E sbatacchio le ali e, sì, ho solo bisogno. E tutte le mie madri mi sembrano più brave e non riesco a salire sulle loro spalle. Sono troppo alte. Anche se tendo loro la mano.

Vedo

Dalla finestra della mia stanza vedo. Un pezzetto di cielo. Le cime degli alberi di un giardino in cui non è permesso entare. Rami spogli. Foglie verdi scuro. Giochi di luce ed ombre sulle imposte.

Dalla finestra della mia stanza non vedo. La città e le strade che mi inghiottono quando esco la sera. Le persone che sono là fuori. Cosa c’è dietro.

Guardo la mia finestra da tanti anni che a volte non la vedo quasi più. Mi dimentico che mi ci posso affacciare ma anche chiuderla e andare via. Chi entra per la prima volta nella mia stanza dice invariabilmente: che bello da qui. E non sa che è solo un bellissimo affaccio su un retro che non mi appartiene. Quando c’è il sole, la luce che filtra dai vetri lunghissimi mette allegria e d’estate è così invadente che devo socchiudere le imposte e nascondere il pezzetto di cielo.

Oggi la guardo e basta. Vorrei interrogarmi sul futuro (mio e della finestra!) e invece l’ho catturata nella foto, con i colori del verde, dell’azzurro e del bianco e non mi chiedo nulla.

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