La primavera successiva alla nascita del mio primo figlio fu la prima primavera che mi fermai a guardare. D’un tratto, dalla finestra aperta mi giunsero suoni, colori e profumi nuovi e fecondi, che immaginai portatori di futuro. I primi duri mesi erano passati e adesso il cambio di stagione mi chiamava a una nuova svolta.
Non ho più saputo vedere la primavera così e ancora oggi, quando arriva, la penso come quel giorno ma senza sentirne il brivido addosso. La vedo, ma non mi parla più.
Sono tornata, in qualche maniera, alla mia antica arte di addomesticare l’abilità della vista capace di sinestesie inebrianti e fiduciose e dunque ripeto stagioni incolori e silenti che non mi accendono.
Qualche volta la vista di un albero in fiore, una lama di sole che tocca con grazia un muro o riflette la mia ombra sul marciapiede, il tepore della brezza che mette fine all’inverno mi scuote all’esercizio di quel super potere sopito. Ma confondo il desiderio di vedere l’essenza con uno sguardo inconsapevole e meccanico e mi affanno nel cercare sensazioni che non sono sicura di provare.
E’ una questione di postura persa da tempo e tutta da recuperare. Ci sono state certamente primavere che ho guardato con occhi puri e suoni, colori e profumi di un paradiso che non ricordo. A volte li immagino in foto dove sono piccina. Mi dico: forse lì. Ma la patina lucida della carta mi fa barriera.
Mi fermo un attimo sul terrazzo e chiudo gli occhi fra i panni stesi e i gerani sofferenti. La luce mi filtra fra le palpebre. E’ luce potente, di primavera che avanza e per un attimo la fiuto e tutto è giallo e morbido e possibile e sono di nuovo alla parte intatta di me.
Riapro gli occhi. Respiro e torno. A ogni respiro sono diversa e “sul punto di cogliere qualcosa che mi é appena sfuggito“.








